Criteri ermeneutici e corrette regole di applicazione

Nell’interpretare il contratto o una clausola dello stesso, il giudice non può mai far propria un’interpretazione che risulti totalmente ablativa delle parole espressamente utilizzate dalle parti.

Questo, in estrema sintesi, il principio affermato dalla Suprema Corte nell’ordinanza in commento.

Nel caso di specie, la Corte ha avuto da pronunciarsi sull’interpretazione di una clausola contrattuale formulata nei seguenti termini: “il presente contratto avrà durata di 3 anni, dalla data del 2 gennaio 2003, sarà automaticamente rinnovato per analogo periodo, salvo disdetta per colpa grave da comunicarsi a mezzo lettera raccomandata da consegnare alle poste almeno sei mesi prima della scadenza”.

Sia in primo che in secondo grado, il Tribunale e la Corte d’Appello avevano ritenuto che la clausola, “lungi dal rivelare con assoluta evidenza che la volontà comune delle parti fosse quella di condizionare il potere di disdetta alle sole ipotesi di colpa grave” – come invece sostenuto dall’attrice -, “doveva invece interpretarsi nel senso opposto”. Altrimenti, anche nel caso di colpa grave sussistente sin dall’inizio della vigenza del contratto, la committente sarebbe stata obbligata a subirne l’esecuzione sino comunque alla scadenza del primo triennio e, nel caso di colpa grave commessa dopo l’inizio del sesto mese antecedente a tale scadenza, addirittura fino alla fine del secondo. Oltretutto, la facoltà di recedere dal contratto per gravi inadempienze è una facoltà espressamente prevista dalla legge, sicché la clausola, se interpretata come legittimante la disdetta solo in caso di colpa grave, non avrebbe avuto alcun significato, perché si sarebbe trattato più che di una disdetta di un recesso.

Forte della ritenuta correttezza della propria interpretazione, però, l’appellante ha promosso ricorso in Cassazione, assistendo, finalmente, all’accoglimento delle proprie istanze.

Secondo quanto ribadito dalla Corte, infatti, per quanto pacifico che i criteri ermeneutici siano governati da un principio di “gerarchia interna”, è evidente che per ricostruire la comune intenzione dei contraenti non sempre sia bene fermarsi al solo senso letterale delle parole, perché non sempre il criterio letterale risulta decisivo ai fini della corretta ricostruzione dell’accordo. Questo, principio, però sconta un importante limite: non bisogna mai privare completamente di significato le parole fatte proprie dalle parti nella stesura delle clausole. Pena, diversamente, una inaccettabile distorsione della comune volontà delle stesse.

A giudizio della Corte, quindi, l’errore in cui erano incorsi sia il Tribunale che la Corte d’Appello era stato quello di estremizzare a tal punto l’indagine ermeneutica da giungere addirittura ad una interpretazione “totalmente ablativa del significato proprio della clausola contrattuale”.

Sulla scorta di tale considerazione, infine, la Cassazione ha ribadito che “quando il senso del contratto o della clausola sia rimasto oscuro o ambiguo nonostante l’utilizzo dei criteri letterale, logico e sistematico di indagine deve trovare applicazione il principio della conservazione degli effetti utili del contratto o di una sua clausola, previsto dall’art. 1367 cod. civ.”.

Cass., Sez. II Civ., 23 luglio 2018, ordinanza n. 19493

Benedetta Minotti – b.minotti@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche

Con la pronuncia n. 15373/2018, la Suprema Corte ha statuito che “i diritti del conduttore possono...

Contratti

La qualificazione del contraente, come consumatore o professionista, diviene elemento essenziale al ...

Contratti

Il Tribunale di Reggio Emilia, chiamato ad occuparsi di un giudizio di opposizione a decreto ingiunt...

Contratti