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Credito, caccia alle alternative

Il rimbalzo di fine 2015 aveva fatto sperare in un cambio di rotta nei rapporti tra banche e imprese, che invece è ancora rimandato. A gennaio, secondo quanto rilevato dall’Abi, i prestiti alle imprese e famiglie sono scesi dello 0,5% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, a dimostrazione del fatto che la concessione del credito continua a essere razionata. Nonostante l’incremento del pil (+0,1% nel quarto trimestre e +0,7% nell’intero 2015), le banche mantengono grande prudenza su questo fronte, evidentemente scottate dall’enorme massa di sofferenze accumulate negli ultimi anni. Somme prestate e non rientrate perché i debitori sono stati travolti dalla crisi.

Il paradosso della liquidità. Così si è venuta a creare una situazione paradossale: da una parte la Bce continua a iniettare liquidità nel sistema con l’obiettivo di risvegliare i consumi, e per questa strada l’economia reale; dall’altra gli istituti di credito tengono stretti i cordoni della borsa.

Non si può certo dire che manchi la richiesta di finanziamento da parte delle imprese. L’ultimo Barometro Crif, relativo a dicembre, ha visto crescere la domanda di prestiti nell’ordine dell’8,1% (dato ponderato sul numero di giorni lavorativi) rispetto a fine 2014, un dato che ha portato l’incremento dell’intero 2015 al 4,5%. Dall’Abi rispondono che i tassi non sono mai stati così convenienti, e a guardare i dati sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese si ha una conferma in merito: a gennaio l’interesse medio praticato sulle nuove concessioni è stato dell’1,72%, meno di un terzo rispetto al 5,48% registrato a fine 2007, prima della grande crisi. La verità è nel mezzo, con le banche che corteggiano le imprese sane, che però non hanno interesse in questa fase a indebitarsi per investire, non vedendo all’orizzonte un’accelerazione della crescita. Mentre a chiedere prestiti sono soprattutto le aziende meno solide o con spalle non abbastanza robuste, che vengono viste con sospetto allo sportello.

Finanziamenti alternativi. In questo scenario non resta che cercare canali di approvvigionamento alternativi alle banche. Una sfida che non è solo congiunturale, dato che nessun altro Paese ha una dipendenza dal credito bancario come l’Italia. E considerato anche che gli istituti di credito si troveranno negli anni a venire a fare i conti con requisiti patrimoniali sempre più stringenti, che limiteranno gli spazi di azione sul fronte del credito.

La svolta richiederà tempo, ma intanto qualche segnale in questa direzione c’è già. Come dimostra la diffusione dei minibond, complice anche la normativa di favore che estende alle società non quotate alcune facilitazioni in passato previste solo per le aziende presenti sui mercati regolamentati, tra cui la deducibilità degli interessi passivi nella misura del 30% e l’esenzione della ritenuta alla fonte sui proventi corrisposti. Secondo le rilevazioni di MinibondItaly.it, negli ultimi tre mesi vi sono state ben 19 emissioni di questo tipo, che hanno portato il totale a quota 155, per un controvalore che supera i 5,6 miliardi di euro. Rispetto a qualche tempo fa, negli ultimi mesi è cresciuto il numero di emissioni inferiori ai 50 milioni di euro, a dimostrazione del fatto che lo strumento sta prendendo piede anche tra le realtà di minori (ma non piccolissime) dimensioni. Il minibond tipo di taglia piccola (sotto i 50 milioni) vede una scadenza media di 5,9 anni e una cedola annua del 5,48%, con una struttura del rimborso che quasi in un caso su due (il 45% per la precisione) è bullet, cioè tutto a scadenza, mentre negli altri casi con piano rimborso.

Un’altra forma alternativa (probabilmente sarebbe più corretto definirla complementare) di accesso al credito è il factoring, contratto attraverso il quale una società specializzata fornisce all’impresa una serie di servizi che spaziano dalla gestione e amministrazione dei suoi crediti (anche quelli futuri) all’incasso, fino alla fornitura di finanziamenti sotto forma di anticipazioni sui crediti non ancora scaduti. Secondo le stime di Assifact (l’Associazione che riunisce gli operatori del settore), dopo la crescita fatta registrare dalle attività di factoring nei primi nove mesi del 2015, con un volume d’affari cumulativo (turnover) superiore del 5,45% allo stesso periodo dell’anno precedente, gli operatori si sono dichiarati ottimisti sia per le proiezioni al 31 dicembre 2015, sia per l’anno da poco iniziato. Il 2016 dovrebbe infatti registrare un’ulteriore crescita del 4,42% per il turnover e del 2,45% per l’outstanding, a conferma del sentiment di fiducia che anche sul fronte della cessione dei crediti circonda in questa fase l’economia e le imprese italiane.

Mentre sta vivendo un decollo più lento che altrove il social lending, vale a dire il sistema di prestiti tra privati. Se a livello mondiale il mercato vale 34 miliardi di dollari, tre volte il dato rilevato un anno, in Italia l’erogato non supera i 23 milioni, secondo uno studio Crif-Sda Bocconi, che sottolinea come solo un italiano su due è disponibile a finanziare o farsi finanziare attraverso queste piattaforme. Anche se, come già visto per altre innovazioni tecnologiche, la Penisola è spesso più prudente nella fase di decollo rispetto ad altri paesi, ma poi si rivela capace di recuperare rapidamente terreno.

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