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Così l’iPhone ci ha cambiati

Dieci anni fa, l’11 luglio 2008, l’iPhone arrivava per la prima volta nei negozi italiani. Dieci anni dopo, il 69,7% degli italiani (quasi 42 milioni di persone) possiede uno smartphone, un oggetto che fino a quel momento non esisteva. Solo nel nostro Paese, 18 milioni di persone lo utilizzano per collegarsi alla propria banca, e nel 2017 lo abbiamo usato per fare 8,3 miliardi di euro di acquisti online. C’è un dato che riassume questa rivoluzione: quando Steve Jobs presentò il primo modello, il 9 gennaio 2007, il valore di Apple in borsa al Nasdaq di New York era di 72 miliardi di dollari. Oggi ha superato i 900 miliardi, ed è l’azienda con la maggior capitalizzazione di mercato al mondo e la prima, secondo molti analisti, a poter sfondare il muro dei mille miliardi.

No Apple no smartIn questi 10 anni, iPhone ha cambiato il mondo dei telefonini: sono spariti nomi storici come BlackBerry e Nokia, sono esplosi i coreani di Samsung, e ora è il turno dei cinesi. Anche se il mercato dei sistemi operativi è dominato da Google — Android ha oltre l’85% delle quote — Apple con il suo 15% fa più soldi di tutti. Solo nell’ultimo trimestre l’iPhone ha generato ricavi per 38 miliardi di dollari, mentre i software e servizi collegati — dalle app alla musica a Cloud — hanno portato altri 9,1 miliardi. Insomma, oggi è impensabile uno smartphone senza le invenzioni di Apple: touchscreen, tastiere virtuali, fotocamere evolute o le decine di app installabili da un negozio che ne contiene centinaia di migliaia.

Conquiste e cervicaliDa quel 9 gennaio 2007, «l’oggetto» ci ha messo un computer in tasca: lo sblocchiamo 80 volte al giorno e lo guardiamo almeno 200. Secondo un’analisi di Deloitte, l’83% delle persone in carriera legge email di lavoro durante la notte, mentre uno studio di Sms Global sostiene che 4 persone su 5 controllano lo smartphone entro 15 minuti dal risveglio. Che lo teniamo sempre in mano lo sappiamo, meno note sono invece le ricadute fisiche di una cattiva postura. Ortopedici, fisiatri e neurochirurghi hanno riscontrato un forte incremento di dolori al collo e problemi legati alla colonna cervicale (mal di testa, sbandamenti, rigidità muscolare) rispetto a dieci anni fa, anche nei giovani. Guardare lo schermo di uno smartphone per scrollare il feed di Facebook, mandare un messaggio, leggere le email o giocare a un videogioco tenendo la testa piegata in avanti sovraccarica la muscolatura del collo e l’apparato osteoarticolare. Per dare un’idea: in posizione neutra il peso della testa è di circa 5 chili, piegandola in avanti di appena 15 gradi, il peso che si scarica sulla muscolatura è di 12 chili, con inevitabile sofferenza del sistema muscolo-scheletrico.

La produttivitàÈ la sindrome del «Text neck» che, secondo il National Center for Biotechnology Information americano, finisce anche per influenzare il comportamento, la memoria e l’umore. La postura, infatti, ha conseguenze dirette su ossa, muscoli, energia e persino sulla quantità di ossigeno che i nostri polmoni riescono a incamerare. Nonostante questo, il 75% degli americani ritiene che l’uso di uno smartphone non influisca sul livello di attenzione, e il 33% sostiene che stimoli una conversazione di gruppo. Secondo gli esperti, invece, parlare con una persona guardando uno schermo (specie per gli adolescenti) allontana dalla realtà. Con danni anche sul lavoro, contrariamente a quanto possiamo pensare: per uno studio delle università di Würzburg e Nottingham Trent senza smartphone la nostra produttività aumenta del 26%. Più è vicino, più il telefono ci distrae. Aggiungiamo noi: dipende dall’uso e dal lavoro che uno fa. Di sicuro è difficile vivere senza.

Dal debutto a oggi i numeri di iPhone invece sono questi: oltre 1 miliardo di pezzi venduti nel mondo. I profitti generati sono i più alti della storia per un singolo prodotto commerciale. Solo la lattina di Coca Cola, secondo alcune statistiche, riesce a batterlo. E in Italia quanto vende? Il dato non viene fornito, e l’ufficio stampa non è in grado di chiarire il perché. «Non lo so», ci risponde. La traduzione proviamo a farla noi: «I dati all’autorità fiscale Apple non li fornisce, se li vuole se li va a cercare fra distributori, rivenditori, internet».

Milena Gabanelli e Andrea Marinelli

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