Così è deciso! Il contratto monofirma…è valido

Giunge al termine, con la decisione della Suprema Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, la vexata quaestio della validità (recte, nullità) del contratto cd “monofirma” tra banca e cliente.

In seguito alla sollecitazione intervenuta da parte della Prima Sezione per la composizione del contrasto giurisprudenziale in seno al Collegio di Legittimità, con sentenza n. 898 del 16 gennaio 2017 è stato così deciso: « il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento, disposto dall’art.23 del dlgs. 24/2/1998, n. 58, e rispettato ove sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed e sufficiente la sola sottoscrizione dell’investitore, non necessitando la sottoscrizione anche dell’intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti».

La pronuncia ha il pregio di passare in rassegna l’esame della ratio normativa di cui all’art. 23 TUF (ma anche art. 117 TUB), dando una illuminante lettura su quello che il profilo “del documento” e “dell’accordo”.

La chiosa finale del ragionamento, del tutto pregevole nella sua esposizione, è quella per cui vi è da considerare e non si può prescindere in alcun modo dalla valutazione di “proporzione” tra previsione normativa e sanzione conseguente: “nella ricerca dell’interpretazione preferibile, siccome rispondente al complesso equilibrio tra interessi contrapposti, ove venga istituita dal legislatore una nullità relativa, come tale intesa a proteggere in via diretta ed immediata non un interesse generale, ma anzitutto l’interesse particolare, l’interprete deve essere attento a circoscrivere l’ambito della tutela privilegiata nei limiti in cui viene davvero coinvolto l’interesse protetto dalla nullità, determinandosi altrimenti conseguenze distorte o anche opportunistiche”.

Da ultimo, uno sguardo per il futuro e sulle novità odierne dettate dalla Direttiva 2014/65/UE, riconoscendosi che “L’interpretazione seguita e altresì in linea con le disposizioni dell’ordinamento europeo, che nell’art. 19, par. 7 della direttiva 2004/39/CE del Parlamento e del Consiglio del 21/4/2004 (Mifid 1), recepita dal d.lgs. 17/9/2007, n. 164, cosi come nell’art. 25, par. 5 della direttiva 2014/65/UE (Mifid 2), a cui e stata data attuazione con il d.lgs. 3/8/2017, n.129, al fine di perseguire gli obiettivi di trasparenza e di tutela degli investitori, punta l’accento sulla registrazione del o dei documenti concordati, in tal modo evidenziandosi la necessità che risulti la verificabilità di quanto concordato”.

A questo punto, dunque, non resta che adattarsi al precetto nomofilattico espresso dalla Suprema Corte, dovendosi peraltro precetti e ragionamenti ben replicarsi nel futuro rispetto alle opportunistiche azioni intraprese, lesive della ratio della norma.

Cass., Sez. Unite, 16 gennaio 2018, n. 898

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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