Contratto concluso? No, era solo un preventivo

Non basta attenersi al dato testuale, per comprendere se le parti abbiano inteso esprimere un assetto d’interessi giuridicamente vincolante: il Giudice deve valutare la comune volontà negoziale nonché i loro comportamenti, anche successivi all’accordo. È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 14006/17.

Il caso esaminato dalla Suprema Corte ha riguardato la pretesa risarcitorie ex art. 1671 c.c. (risarcimento danni per recesso unilaterale nel contratto di appalto) avanzata da una ditta edile nei confronti di un privato. Da una parte l’Attrice sosteneva il perfezionamento del contratto di appalto e chiedeva il risarcimento del danno, dall’altra, la Convenuta sosteneva invece che tale contratto non poteva ritenersi concluso essendo la scrittura privata un mero preventivo.

I Giudici di primo e secondo grado confermavano la tesi della convenuta, osservando che in realtà nessun contratto era intervenuto tra le parti trattandosi esclusivamente di un “preventivo di spesa”. La ditta edile, quindi, ricorreva in cassazione argomentando la tesi della conclusione del contratto attraverso vari riferimenti testuali contenuti nella scrittura privata, dai quali, si sarebbe dovuta dedurre la natura di contratto e non di mero preventivo.

La Suprema Corte, nella sentenza in oggetto, ha affermato, in primo luogo che  “il procedimento di qualificazione giuridica consta di due fasi, delle quali la prima – consistente nella ricerca e nella individuazione della comune volontà dei contraenti – è un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito, sindacabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione, in relazione ai canoni di ermeneutica contrattuale di cui agli artt. 1362 e seguenti cod. civ., mentre la seconda – concernente l’inquadramento della comune volontà, come appurata, nello schema legale corrispondente – risolvendosi nell’applicazione di norme giuridiche può formare oggetto di verifica e riscontro in sede di legittimità”.

Alla luce di tali osservazioni, la Corte di Cassazione, non ha quindi ritenuto di sua competenza la valutazione riguardante la qualifica dell’intesa come contratto o come documento preparatorio. Tuttavia, nella sentenza  de quo  suggerisce che al fine di operare una corretta valutazione il Giudice di merito può “far ricorso ai criteri interpretativi dettati dagli artt. 1362 e segg. cod. civ., i quali mirano a consentire la ricostruzione della volontà delle parti, operazione che non assume carattere diverso quando sia questione, invece che di stabilirne il contenuto, di verificare anzitutto se le parti abbiano inteso esprimere un assetto d’interessi giuridicamente vincolante, dovendo il giudice accertare, al di là del “nomen iuris” e della lettera dell’atto, la volontà negoziale con riferimento sia al comportamento, anche successivo, comune delle parti, sia alla disciplina complessiva dettata dalle stesse, interpretando le clausole le une per mezzo delle altre”.

Ritenendo, quindi, che il Tribunale non si era limitato a dare rilievo al nomen iuris di “preventivo” attribuito dalle parti alla scrittura, ma aveva evidenziato la mancanza di una descrizione analitica di tempi e modalità dell’esecuzione dell’opera e di pagamento del corrispettivo, nonché di espressioni idonee ad evidenziare, in modo univoco, il sorgere del reciproco sinallagma contrattuale, la Suprema corte ha dichiarato il rigetto del ricorso.

Cass., Sez. II Civile, 6 giugno 2017, n. 14006 (leggi la sentenza)

Emanuele Varenna e.varenna@lascalaw.com

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