Contratti di somministrazione e ripartizione dell’onere probatorio in giudizio

In caso di contestazione, da parte del fruitore di un servizio di somministrazione, di un addebito eccessivo in fattura, grava sul fornitore l’onere di dimostrare che il contatore funzionasse correttamente all’epoca in cui sono stati registrati i consumi.

Questo, in sintesi, quanto (ri)affermato dalla recentissima Corte di Cassazione, Sezione III, n. 23699/2016.

Come ribadito dalla Suprema Corte, infatti,  è “principio consolidato in materia quello per cui la fattura costituisce titolo idoneo per l’emissione di un decreto ingiuntivo in favore di chi l’ha emessa, ma nell’eventuale giudizio di opposizione, la stessa non costituisce prova dell’esistenza del credito, che dovrà essere dimostrato dall’opposto con gli ordinari mezzi di prova”.

Pertanto, nell’ambito di contratti di somministrazione cui si faccia riferimento a consumi registrati attraverso l’utilizzo di contatori di vario genere, tale principio deve coordinarsi, necessariamente, con il valore dell’“attendibilità” – o meno – “del sistema di lettura del contatore” così come riconosciuto dal nostro ordinamento. E siccome la suddetta rilevazione, nel nostro ordinamento, vale nulla più che quale “mera presunzione semplice di veridicità”, in caso di contestazione, da parte dell’utente, dell’eccessività dei consumi registrati dal contatore (nel caso di specie si trattava di opposizione a decreto ingiuntivo), tale circostanza sposta tout court sul somministrante l’onere di provare che il sistema di rilevazione dei consumi (ovvero il contatore) fosse, invece, regolarmente funzionante.

L’obbligo del gestore di effettuare gli addebiti di traffico sulla base delle sole indicazioni del contatore, infatti, non si può risolvere – puntualizza la Corte – in un “privilegio probatorio fondato sulla non contestabilità del dato recato in bolletta”.

Cass., Sez. III, 22 novembre, n. 23699 (leggi la sentenza)

Benedetta Minotti b.minotti@lascalaw.com

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