Consumatore o non consumatore, questo è il problema

La qualificazione del contraente, come consumatore o professionista, diviene elemento essenziale al fine di valutare la natura vessatoria delle clausole contenute nelle condizioni generali dei contratti di telefonia.

Con la sentenza del 5 luglio 2018, la Corte di Cassazione ha sancito che tale qualificazione spetta al giudice di merito, che la dovrà effettuare anche d’ufficio e di conseguenza vagliare il rispetto degli equilibri sinallagmatici.

Il caso di specie concerne l’azione promossa da un consumatore nei confronti di un operatore telefonico mobile. Con domanda proposta di fronte al Giudice di Pace, l’attore chiedeva la risoluzione del contratto – sottoscritto nel 2005 –  mediante il quale lo stesso aveva domandato il passaggio dal precedente fornitore di servizi telefonici ad una nuova compagnia. La domanda veniva proposta facendo valere la propria qualifica di consumatore e lamentando l’inadempimento da parte della compagnia telefonica che non aveva mai effettuato la portabilità del suo numero. La sentenza di primo grado vedeva il consumatore vittorioso e la condanna della compagnia telefonica. In appello, tuttavia, il Tribunale invertiva la decisione non considerando l’attore un consumatore e non applicando, di conseguenza, la disciplina a sua tutela.

L’attore portava quindi la questione di fonte alla Suprema Corte, la quale, dopo aver osservato che il contratto, sottoscritto nell’aprile del 2005, era anteriore all’introduzione del Codice del Consumo (Dlgs 206/2005), osservava che: “ […]tuttavia, i contratti stipulati dai consumatori godevano della speciale tutela introdotta dall’art. 25 della L.52/1996, di attuazione della direttiva 93/13/CEE del Consiglio delle Comunità Europee, concernente le clausole abusive: tale disposizione introdusse gli artt. 1469 bis, ter, quater, quinquies e sexies c.c., attraverso la presunzione di vessatorietà delle pattuizioni che, malgrado la buona fede ma in presenza di alcuni presupposti, potessero alterare il sinallagma contrattuale nei contratti fra consumatore e professionista, con conseguenze pregiudizievoli per il contraente più debole”.

Ne discende che: “il Tribunale, nel riformare la sentenza del giudice di pace che aveva qualificato il F. come “consumatore”, ha deciso la controversia omettendo di formulare ogni valutazione sulla qualità del contraente, anche in presenza di specifica contestazione, e analizzando le condizioni di contratto senza alcun riferimento alla normativa allora vigente che risulta, in tal modo, violata: al riguardo, precisato che la qualificazione dei contraenti appare decisiva al fine di individuare la regola del caso concreto, sì osserva che questa Corte ha avuto modo di chiarire che “ai fini dell’applicazione della disciplina di cui agli artt. 1469 bis e segg. cod. civ., deve essere considerato consumatore la persona fisica che, anche se svolge attività imprenditoriale o professionale, conclude un qualche contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all’esercizio di tale attività, mentre deve essere considerato professionista tanto la persona fisica, quanto quella giuridica, sia pubblica che privata, che, invece, utilizza il contratto nel quadro della sua attività imprenditoriale o professionale. Perché ricorra la figura del professionista non è necessario che il contratto sia posto in essere nell’esercizio dell’attività propria dell’impresa o della professione, essendo sufficiente – come si evince dalla parola quadro – che esso venga posto in essere per uno scopo connesso all’esercizio dell’attività imprenditoriale o professionale (cfr. ex multis Cass. 11933/2006; Cass. 4208/2007; Cass. 13083/2007; Cass. 21763/2013)”.

La Corte di Cassazione accoglieva dunque il ricorso rinviando ad altra Sezione del Tribunale di Roma per la decisione.

 Cass., Sez. III Civ., 5 luglio 2018, n. 17586

 Emanuele Varenna – e.varenna@lascalaw.com

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