Il confronto dei tassi moratori con il tasso soglia usura è ”censurabile” costituzionalmente

La recente pronuncia del Tribunale di Milano, al passo con l’orientamento ormai predominante in punto di diritto, rileva l’inesattezza metodologica nel confrontare il tasso soglia usura rilevato trimestralmente mediante Decreti Ministeriali con il tasso di mora previsto dal dato contrattuale.

Con precisione, la Sentenza in commento è stata pronunciata ex art. 281 sexies c.p.c. da parte del Giudice Dott. Claudio Antonio Tranquillo, della XII Sezione civile del Tribunale di Milano, in data 29 novembre 2016.

Nella stesura di questa interessantissima sentenza, il Dott. Tranquillo ha affermato che confrontare il tasso di mora previsto in un contratto e il tasso soglia usura trimestralmente rilevato sarebbe un operazione, ancorché errata, priva di razionalità e contraria anche al nostro dettato Costituzionale.

Il Giudicante ha affermato che: “II T.E.G.M., sulla cui base viene calcolato il tasso soglia, non viene calcolato facendo riferimento ai tassi d’interesse moratori, ma solo a quelli corrispettivi. Consegue che applicarlo puramente e semplicemente anche agli interessi moratori significa dare vita a un’applicazione priva di base normativa, che in caso di interpretazione estensiva (tasso soglia calcolato con riferimento agli interessi corrispettivi da riferirsi anche agli interessi moratori) sarebbe priva di razionalità, e censurabile quantomeno ex art. 3 Cost. in quanto 1) applicherebbe la legge in difetto dei necessari provvedimenti di sostanziale attuazione all’ipotetica volontà del legislatore (i.e. la determinazione del tasso soglia di mora), e inoltre 2) finisce per omologare situazioni diverse (già solo nella prassi il tasso di mora è ben diverso, e più elevato, di quelli corrispettivi), violando il principio di eguaglianza di trattamento, del quale e corollario l’illegittimità di disciplinare allo stesso modo situazioni in realtà diverse; inoltre 3) è chiaro che una sanzione calcolata su determinata presupposti fattuali, applicata a una fattispecie relativa a ben altri elementi costitutivi, appare intrinsecamente irragionevole.”

Il Giudice meneghino, inoltre, prosegue in maniera -se possibile- ancor più affascinante, affermando che: “Occorre comunque osservare che se s’intende far valere la,rilevanza, della mora dal punto di vista del costo effettivo del credito (allegando l’usurarietà di quest’ultimo), non si può avere riguardo al lasso, bensì al più ai soli interessi effettivamente praticati e applicati in corso di rapporto, e a questo punto con riguardo all’intero capitale e alta sua durata, e non certo valutando l’incidenza percentuale degli interessi di mora sulla sorte capitale della singola rata; e tenendo conto che nella pluralità dei casi, in caso di finanziamento con rimorso rateale (come per es. tipicamente nel caso del leasing) il ritardo nel pagamento della singola rata genera interessi di mora solo sulla singola rata, e non sull’intero capitale, appare ulteriormente erroneo riferire il tasso di mora all’intero capitale dovuto quale prova di un costo del credito superiore al tasso soglia. In considerazione di ciò, appare difficile che gli interessi moratori concretamente maturati in corso di inadempimento del rapporto ammontino complessivamente a una misura tale da “sfondare” il tasso soglia: nei fatti, il rapporto verrà risotto ben prima. Va da se che pertanto non rileva neppure l’ipotesi di un tasso di mora eguale al tasso soglia; non basta affermare che una qualunque spesa determinerebbe il superamento del tasso soglia ; e ciò perché,si ripete, la mora rileva al più come costo effettivo, e quindi occorre prendere in considerazione solo gli interessi di mora effettivamente maturati.”

Giovanni Prestipino g.prestipino@lascalaw.com

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