Confische: la mancata comunicazione dell’Agenzia Nazionale non salva la banca 

I creditori titolari di diritto reale di garanzia sui beni confiscati all’esito di un procedimento di prevenzione, cui non si applica la disciplina del codice antimafia del 2011, devono presentare domanda di ammissione del proprio credito nel termine perentorio di 180 giorni previsto dal comma 199 dell’art. 1 della legge n. 228 del 2012 anche in caso di mancata comunicazione ai sensi del comma 206 dell’art. 1 della legge testé menzionata da parte dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati della possibilità di far valere le proprie ragioni creditorie.

La prima sezione penale della Corte di Cassazione, con ordinanza del 16 novembre 2017, rimetteva il ricorso di parte privata alle sezioni unite al fine di dirimere un potenziale contrasto interpretativo tra i commi 199 e 206 dell’art. 1 della legge 228 del 2012 deputata, all’alba dell’introduzione del codice antimafia dell’anno precedente, a regolamentare i procedimenti di prevenzione cui non si applicava la normativa di nuovo conio perché già pendenti al momento della sua entrata in vigore.

Per meglio comprendere la ragione di tale contrasto è opportuno premettere che il codice antimafia del 2011 (di recente novellato) prevede(va) che, ai sensi dell’art. 57, il giudice delegato, dopo il deposito del decreto di confisca di primo grado ed una volta ricevuto dall’amministratore giudiziario l’elenco nominativo di tutti i creditori anteriori al sequestro e di coloro che vantano diritti reali di godimento o garanzia o diritti personali sui beni, deve assegnare ai creditori un termine perentorio, non superiore a sessanta giorni, per il deposito delle istanze di accertamento dei propri diritti, fissando la data d’udienza di verifica dei crediti entro i successivi sessanta giorni. Si tratta di un meccanismo evidentemente modellato sulla legislazione concorsuale che ben si presta ad una tutela dei terzi creditori in punto di conoscenza e conoscibilità della procedura atta a far valere le proprie pretese creditizie, diversamente da quanto precedentemente previsto e normativamente regolamentato.

La disciplina previgente, infatti, risultava assai avara di tutela per i soggetti che avevano maturato un credito nei confronti del proposto: l’art. 2 ter comma 5° della legge 575 del 1965, nella sua previsione primigenia, si limitava ad adottare una tutela esclusivamente endogena al procedimento di prevenzione ed esclusiva per i terzi cui appartenevano i beni sequestrati, che prevedeva il mero riconoscimento della facoltà di intervenire nel procedimento medesimo al fine di svolgere deduzioni e chiedere l’acquisizione di ogni elemento utile ai fini della decisione sulla confisca; nessuna disposizione esplicita era prevista per la tutela dei terzi creditori che, in caso di incapienza del restante patrimonio del debitore, rimanevano, secondo la lettera della legge, privi di soddisfazione alcuna. Ciononostante la giurisprudenza di legittimità aveva riconosciuto l’opponibilità dei diritti reali di garanzia sui beni confiscati purché costituiti prima del sequestro e che sussistessero i requisiti della buona fede e dell’incolpevole affidamento in capo al creditore ipotecario la cui prova doveva essere fornita nel procedimento di prevenzione da parte di quest’ultimo.

Proprio perché, ratione temporis, la nuova normativa del 2011 non poteva applicarsi ai procedimenti già pendenti, il legislatore è stato “costretto” a introdurre la disciplina transitoria, contenuta nei commi dal 194 al 206 dell’art. 1 della legge 228 del 2012, che distingue due ipotesi fondamentali a seconda che il provvedimento di confisca sia stato emesso prima o dopo il 1 Gennaio 2013, data di entrata in vigore della legge. Se, all’entrata in vigore di tale legge, è già stata disposta la confisca, la legge formula un’ulteriore distinzione tra le ipotesi in cui il bene confiscato sia stato assoggettato a procedura esecutiva ma non ancora aggiudicato o trasferito e quello in cui ciò sia già intervenuto.

Per la prima sottoipotesi – comma 199 – entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge i creditori ipotecari, pignoranti o intervenuti nell’esecuzione devono, a pena di decadenza, aver proposto domanda di ammissione al credito ai sensi dell’art. 58 del codice antimafia del 2011 dinanzi al giudice dell’esecuzione presso il Tribunale che ha disposto la confisca. Per la seconda sottoipotesi, ai sensi del comma 195, restano fermi gli effetti dell’esecuzione o dell’aggiudicazione.

Per la seconda ipotesi -quella in cui alla data di entrata in vigore della legge i beni ipotecati oggetto di sequestro non siano stati ancora confiscati con provvedimento definitivo- si applicherà la medesima procedura prevista per i beni che a tale data siano stati sì confiscati definitivamente ma non ancora aggiudicati; il discrimine, ai sensi del comma 205, risiede nel fatto  che il predetto termine di 180 giorni decorrerà in questo caso dal momento in cui il provvedimento che dispone la confisca diviene definitivo.

Il problema che sorgeva e che le Sezioni Unite sono state chiamate a rispondere, era legato all’effettiva conoscenza e/o conoscibilità da parte del creditore del momento iniziale di decorrenza del termine anzidetto per poter far valere i propri diritti, nascente dal contrasto tra i commi 199 e 206 della legge 228, sulla scorta del fatto che il comma 206 prevede che l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, entro dieci giorni dall’entrata in vigore della legge, ovvero dal momento in cui la confisca diviene definitiva, debba comunicare ai creditori ipotecari a mezzo posta elettronica certificata, ove possibile e, in ogni caso, mediante apposito avviso inserito nel proprio sito internet che possono, a pena di decadenza, proporre domanda di ammissione del credito, comunicando altresì la data di scadenza del termine entro cui deve essere presentata la domanda e ogni utile informazione per agevolare la presentazione della medesima.

E’ indubitabile -e il Supremo Collegio svolge una panoramica chiara di come si tratti di un principio dettato non solo dal diritto interno ma anche da quello sovranazionale- che sia necessaria una conoscenza effettiva del momento in cui sia possibile esercitare i propri diritti, con la conseguenza che risulta inammissibile la decorrenza di un termine imposto a pena di decadenza per l’assolvimento di un onere processuale per i soggetti che non siano stati in grado di avere conoscenza del fatto o del provvedimento a cui il momento iniziale di tale decorrenza è collegato, così da poter utilizzare in toto il termine prevista dalla legge per far valere i propri diritti. Si tratta di un’esigenza che può essere assicurata sia con le forme comuni della notificazione e della comunicazione o tramite altre forme di pubblicità, fermo restando che ciò che risulta essenziale non è l’assolvimento formale degli obblighi di comunicazione ma quello sostanziale della conoscenza che, sostiene la Corte, può nascere anche aliunde.

Un primo approccio interpretativo reputa “autonome” le previsioni normative dei due commi ed individua nel dettato del comma 206 una mera prescrizione a carico dell’Agenzia volta a favorire l’attivazione dei creditori assistiti da diritto reale di garanzia senza rivestire alcun carattere cogente, ma con funzioni di natura organizzativa dirette, per l’appunto, alla mera agevolazione dei creditori e “insistendo” sulla funzione della legge di arrivare ad una rapida definizione e chiusura dei procedimenti di prevenzione ancora aperti; interpretazione questa che finisce, però, per conculcare indefettibilmente il principio anzidetto e, pertanto, non meritevole di accoglimento.

Del pari la Corte ritiene che non debba essere accolta l’interpretazione di segno diametralmente opposto -sostenuta dal ricorrente- che vede una stretta connessione tra le disposizioni dei due commi e ritiene l’obbligo di comunicazione in capo all’Agenzia elemento imprescindibile per l’esercizio del proprio diritto di credito da parte del terzo. In questo modo, però, si finirebbe per far coincidere il dies a quo per l’esercizio dei propri diritti con quello dell’intervenuta comunicazione, privando di significato la stessa sanzione di decadenza comminata dall’art. 199 che sarebbe stata introdotta, pertanto, inutilmente.

La Corte ha optato per un “equo contemperamento” tra le esigenze del creditore e le esigenze di speditezza nella definizione dei procedimenti di prevenzione pendenti, utilizzando proprio il principio dell’effettiva conoscenza per postulare che, per far valere le proprie ragioni dinanzi al giudice adìto, il creditore, nel presentare la propria domanda di ammissione in via tardiva, dovrà dimostrare la mancata conoscenza del procedimento di prevenzione e del provvedimento definitivo di confisca e dovrà farlo senza la possibilità di addurre l’assenza di ricezione delle comunicazioni prescritte e previste dal comma 206.

Qualora non sia in grado di addurre tale prospettazione potrà beneficiare dell’ulteriore rimedio fornito dall’art. 175 del codice di procedura penale che prevede la possibilità di essere rimesso in termine in caso di prova che, nonostante le informazioni in proprio possesso, non ha potuto proporre domanda tempestivamente per cause a lui non imputabili.

Il compendio delle argomentazioni del Supremo Collegio si trasfonde così nel principio di diritto, con cui ritiene di risolvere i contrasti giurisprudenziali, in base al quale “i creditori muniti di ipoteca iscritta sui beni confiscati all’esito dei procedimenti di prevenzione, per i quali non si applica la disciplina del D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 159, devono presentare la domanda di ammissione del loro credito, al giudice dell’esecuzione presso il tribunale che ha disposto la confisca, nel termine di decadenza previsto dall’art. 1, comma 199, anche nel caso in cui non abbiano ricevuto le comunicazioni di cui all’art. 1, comma 206, della legge da ultimo citata; e ciò, perché il termine di decadenza previsto dal richiamato comma 199 decorre indipendentemente dalle comunicazioni di cui al successivo comma 206. L’applicazione di detto termine è comunque subordinata all’effettiva conoscenza, da parte del creditore, del procedimento di prevenzione in cui è stata disposta la confisca o del provvedimento definitivo di confisca. E’, in ogni caso, fatta salva la possibilità del creditore di essere restituito nel termine stabilito a pena di decadenza, se prova di non averlo potuto osservare per causa a lui non imputabile”.

Cass., Sez. Un. Penali, 3 Settembre 2018, n. 39608

Tiziana Allievi – t.allievi@lascalaw.com

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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