Concordato liquidatorio o in continuità aziendale: il potere del tribunale di qualificare la domanda

Con la recentissima sentenza del 25 ottobre scorso, il Tribunale di Monza ha evidenziato come sia inequivocabile il potere del tribunale stesso di riqualificare giuridicamente la domanda di concordato, indipendentemente dalla classificazione data dal proponente.

Nel caso esaminato dal Collegio, una società aveva presentato domanda di concordato preventivo modificandone, poi, la qualificazione in concordato in continuità diretta, sul presupposto che i creditori sarebbero stati soddisfatti in misura prevalente dai flussi derivanti dalla persistenza aziendale rispetto alla liquidazione degli asset non strategici.

Il tribunale, quindi, ha dispiegato il proprio doveroso controllo di legittimità sull’effettiva fattibilità della proposta concordataria presentata, controllo che “si realizza facendo applicazione di un unico e medesimo parametro nelle diverse fasi di ammissibilità, revoca e omologazione in cui si articola la procedura di concordato preventivo, e si attua verificando l’effettiva realizzabilità – giustappunto – della causa concreta, la quale è da intendere come obiettivo specifico perseguito dal procedimento, senza contenuto fisso e predeterminabile, ma dipendente dal tipo di proposta formulata.”

Nel concreto, quindi, la corte ha appurato come l’andamento economico della società richiedente evidenziasse l’implausibilità della proposta economica stante l’inettitudine dell’attività economica svolta a generare i flussi monetari previsti e ricollegati alla continuità aziendale. L’ovvia conclusione era, pertanto, che i creditori non avrebbero trovato soddisfazione prevalente da detti flussi e che, quindi, il concordato dovesse essere correttamente riqualificato come liquidatorio e con l’applicazione, alla proposta, dei requisiti per lo stesso richiesti.

Il Tribunale di Monza, quindi, richiamando gli ormai consolidati insegnamenti della suprema Corte, ha ribadito come sia estrinsecazione del potere/dovere di sindacato, la verifica del presupposto di fattibilità tanto giuridica “intesa come verifica della non incompatibilità del piano con norme inderogabili” e priva di alcun particolare limite, quanto economica “intesa come realizzabilità nei fatti del piano medesimo […] sebbene nei limiti della verifica della sussistenza o meno di una manifesta inettitudine (compendiabile nel concetto di implausibilità o irrealizzabilità) del piano medesimo a raggiungere gli obbiettivi prefissati” (v. già Cass. n. 11497/14 e 26329/16).

In conclusione, il Collegio, non ha avuto alcun dubbio in ordine alla possibilità di riqualificare d’ufficio il tipo di concordato, non dovendo in alcun modo ritenersi vincolato all’indicazione contenuta nella proposta mentre, d’altro canto, ha ribadito l’impossibilità – in ogni fase – di apporre modifiche al contenuto del piano o della proposta potendo, in tal senso, solamente sollecitare il debitore ad apportare le modifiche e/o le integrazioni ritenute necessarie.

Trib. Monza, 25 Ottobre 2017

Michela Crestani – m.crestani@lascalaw.com

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