Concordato in continuità: è ammissibile la deroga all’art. 2740 c.c.?

La disciplina del concordato con continuità aziendale cui all’art. 186-bis legge fall. non prevede l’obbligo per il debitore di destinare ai creditori tutte le utilità derivanti dalla continuazione, essendo consentito all’imprenditore, in deroga ai principi di cui all’art. 2740 c.c. ed in un’ottica di favore verso il risanamento dell’impresa, conservare parte delle risorse generate dall’esercizio dell’attività, allo scopo di assicurare all’impresa una patrimonializzazione sufficiente e comunque a porre condizioni adeguate a prevenire future situazioni di crisi.

La questione giuridica di fondo su cui il Tribunale di Firenze è stato chiamato a pronunciarsi è se in un concordato con continuità aziendale vadano retrocesse ai creditori, in virtù del principio dell’art. 2740 c.c., tutte le utilità generate dalla continuazione oltre a quelle già promesse con la proposta.

Orbene, al dubbio ermeneutico prospettato il Collegio ha ritenuto di dover dare risposta avuto riguardo al dettato normativo di cui all’art. 186 bis L. Fall. che disciplina il concordato con continuità aziendale come una figura strutturalmente e funzionalmente ben distinta rispetto ai concordati liquidatori.

L’art. 186 bis L. Fall. non prevedendo, infatti, un obbligo in capo a colui che redige un piano di destinare ai creditori tutte le utilità derivanti dalla continuazione, consente di fatto all’imprenditore di conservare per sé parte delle risorse generate dall’esercizio dell’attività d’impresa.

Il debitore, pertanto, nell’esercizio del libero ed autonomo potere di modulazione della domanda, può prevedere che alla fine del piano possano residuare in capo all’impresa valori (patrimonio netto, liquidità) non trasferibili ai creditori.

Si tratta, dunque, di una scelta dettata dalla necessità dell’imprenditore in concordato con risanamento di dotarsi di mezzi e risorse che lo mettano in grado di fronteggiare in via preventiva a situazioni che possano compromettere una equilibrata e corretta continuazione aziendale.

Quindi la necessità di soddisfacimento dei creditori da una parte e la finalità di risanamento e conservazione dell’impresa dall’altra, fanno si che il debitore nel garantire la massimizzazione dell’interesse dei creditori, ossia offrire loro un trattamento economico più vantaggioso rispetto alla liquidazione del patrimonio che questi avrebbe al momento della proposizione della domanda, non debba devolvere ogni utilità e profitto conseguiti in continuità, bensì offrire ai creditori la miglior offerta che si traduca nella comparazione tra il risultato economico prospettato dalla proposta in continuità e quello ricavabile da uno scenario alternativo.

Appurato, dunque, che lo schema del concordato in continuità diretta, così come designato dall’art. 186 bis L. Fall., non imponga al debitore di liquidare tutto il patrimonio, ma gli consenta di conservare per sé asset funzionali all’esercizio dell’attività aziendale, il Tribunale di Firenze al quesito se vadano corrisposte in favore dei creditori tutte le utilità conseguite dall’esercizio dell’attività imprenditoriale oltre a quelle già previste nel piano, ha ritenuto di dover fornire risposta negativa legittimando di fatto la deroga al  principio di cui all’art. 2740 c.c..

Lia Cassottal.cassotta@lascalaw.com

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