Compro casa e pago in bitcoin: perché il parere del Notariato non convince del tutto

Il Consiglio Nazionale del Notariato prende posizione in tema di pagamenti in bitcoin rispondendo al quesito di un professionista che si domanda se «il pagamento del prezzo della vendita di un bene immobile in bitcoin – o altra criptovaluta – violi le norme in materia di limitazione all’uso del denaro contante (art. 49 del D.Lgs. n. 231/2007, come modificato dal D.Lgs. n. 90/2017) nonché quelle in materia di indicazione analitica dei mezzi di pagamento (art. 35, comma 22 del D.L. n. 223/2006, convertito con modificazioni in L. n. 248/2006)».

Dopo una lunga dissertazione sulla natura e sul funzionamento dei bitcoin – non senza stigmatizzarne l’utilizzo per una pretesa intrinseca volatilità e onerosità – il Notariato conclude sostenendo la disposizione sulla limitazione d’uso del contante non si applica ai bitcoin (ancorché comunemente noto come contante digitale) in quanto si tratterebbe di una inammissibile interpretazione evolutiva della norma. Posizione, questa, assai condivisibile.

Meno condivisibile è invece la risposta alla seconda parte del quesito, laddove il CNN non ritiene applicabile ai pagamenti in bitcoin neanche la disposizione che impone l’obbligo di indicazione analitica delle modalità di pagamento del corrispettivo poiché:

«l’indicazione delle chiavi pubbliche non soddisferebbe il requisito della tracciabilità, in quanto non consente di risalire al titolare del portafoglio virtuale, l’indicazione delle chiavi private associate alle chiavi pubbliche (che comunque non dà certezze legali sulla titolarità del conto virtuale) è improponibile giacché renderebbe pubblico lo strumento per disporre della valuta virtuale».

Ritengo questa opinione del Consiglio viziata da una comprensione parziale dei nuovi strumenti di pagamento e di una loro semplicistica assimilazione alle operazioni effettuate con ricorso a sistemi informatici con credenziali di accesso. Così scrivono i relatori:

«I sistemi di accesso informatici, senza eccezioni, non si fondano sul concetto di “identificazione” bensì sulla mera verifica di credenziali informatiche; la differenza, soprattutto ai fini della normativa antiriciclaggio, non è di poco conto. L’utilizzo di un sistema informatico non può mai garantire, pertanto, l’identità del soggetto che effettua un accesso, essendo tale sistema unicamente programmato per abilitare determinate funzioni qualora l’utente sia provvisto delle corrette informazioni di sblocco (pin, codici, etc.)».

Da tale premessa errata (soprattutto laddove specifica «senza eccezioni»), il Consiglio prosegue sottolineando la differenza con i pagamenti in contanti dove il pubblico ufficiale rogante assiste al, e testimonia il, passaggio materiale di contanti o assegno circolare, cosa che non avverrebbe nell’utilizzo di criptovalute. Ecco il passaggio:

«…mentre in talune transazioni effettuate in contanti il pubblico ufficiale può essere testimone di una traditio che avviene in sua presenza, con ciò rendendo in qualche modo tracciato almeno un singolo segmento del flusso anonimo del contante, l’operazione in bitcoin costituisce una transazione che potrebbe essere definita apparente; essa proviene, infatti, da un “conto”, che l’acquirente dichiara essere proprio, ad un altro conto del quale, parimenti, il venditore asserisce la titolarità, ma il tutto senza che possa esservi il benché minimo riscontro della veridicità di tali dichiarazioni».

È qui trascurato un fatto fondamentale, ovvero che i bitcoin sono contante virtuale e che l’identificazione dell’ordinante e del beneficiario del pagamento è senz’altro possibile senza eccezioni anche se effettuato in bitcoin.

A tal fine è sufficiente che l’ufficiale rogante si faccia parte attiva nella traditio e crei, in presenza delle parti, due coppie di chiavi asimmetriche (operazione assai semplice che è possibile fare con innumerevoli tool a disposizione anche in rete), chiamiamole coppia C, come compratore, formata dalla chiave privata Cpr e dalla chiave pubblica Cpu, e coppia V, come venditore, formata dalla chiave privata Vpr e dalla chiave pubblica Vpu. Successivamente l’ufficiale assegnerà le chiavi alle parti, e quindi la coppia C al compratore e la coppia V al venditore (è irrilevante in questa fase che le chiavi private Cpr e Vpr siano visibili a tutti) è chiederà al primo di effettuare il pagamento dell’importo di compravendita al suo nuovo indirizzo Cpu. Il compratore, quindi, utilizzerà i bitcoin in suo possesso accedendo ad un proprio “conto” di cui possiede la chiave privata ed effettuerà l’accredito sul nuovo indirizzo identificato con la chiave Cpu. Verificata la transazione (ovvero aggiunto in blockchain il blocco contenente la transazione e atteso un ragionevole tempo di convalidazione – circa sei blocchi), il notaio chiederà al compratore di utilizzare la sua chiave privata Cpr per trasferire il credito esistente su Vpu. Il venditore, a questo punto, potrà utilizzare a sua discrezione la chiave Vpr per trasferire il prezzo su un proprio “conto” sicuro, oppure potrà tenere i bitcoin su Vpu confidando che né il notaio né controparte siano tentati di appropriarsene utilizzando Vpr (a loro nota).

Con questi passaggi, apparentemente complicati, ma in realtà assai semplici (in sintesi, si creano due coppie di chiavi e si chiede al compratore di fare una doppia transazione), il notaio è in grado di testimoniare a tutti gli effetti la traditio, ovvero che il compratore e il venditore da lui identificati siano rispettivamente il tradens e l’accipiens dell’operazione di pagamento.

P.S.: va aggiunto che sono in circolazione versioni fisiche dei bitcoin (qui – l’esempio più noto è Casascius). Cioè supporti che consentono l’utilizzo di un credito in blockchain una sola volta. È chiaro che tali “monete” dal punto di vista della tracciabilità non sono diverse dal comune contante a corso legale.

Quesito Antiriciclaggio n. 3-2018/B

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

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