Competenza dell’ACF, un problema di sostanza

Interviene, con l’intento di delineare correttamente il perimetro di competenza dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie, una recente pronuncia del Collegio che, lo anticipiamo, si conclude con la pronuncia di inammissibilità del ricorso, ai sensi dell’art. 12, comma 2, lett. b), del Regolamento adottato dalla Consob con delibera n. 19602 del 4 maggio 2016.

In particolare, oggetto della domanda proposta dal ricorrente riguardava la violazione da parte dell’intermediario degli obblighi informativi sullo stesso incombenti, per non aver fornito le informazioni necessarie per verificare la corretta applicazione della ritenuta sul cd. capital gain.

Resistendo alle richieste dell’istante, dal canto proprio, l’intermediario contestata preliminarmente la competenza funzionale dell’arbitro.

Il prologo iniziale del Collegio adito, ai fini di un corretto inquadramento della questione, passa attraverso il richiamo dell’“art. 4 del Regolamento ACF, quest’ultimo “conosce delle controversie fra investitori ed intermediari relative alla violazione da parte di questi ultimi degli obblighi di diligenza, correttezza, informazione e trasparenza previsti nei confronti degli investitori nell’esercizio delle attività disciplinate nella parte II del TUF […]; rientrano nelle attività disciplinate nella parte II del TUF quelle che gli intermediari svolgono quando prestano servizi di investimento e il servizio di gestione collettiva del risparmio nei confronti della clientela”.

Il passaggio intermedio è quello della qualificazione del contratto di deposito titoli che – secondo il Collegio – “rientra tra i contratti bancari e presenta una causa tipica: può avere rilevanza e finalità autonoma – come si evince dal fatto che la disciplina in tema di trasparenza delle operazioni bancarie contempla il servizio di custodia e amministrazione tra quelli a cui la stessa si applica – ma può, come nel caso di specie, rivestire anche una funzione ancillare rispetto alla prestazione di servizi d’investimento, costituendo un servizio accessorio (“custodia e amministrazione di strumenti finanziarie relative servizi connessi”, ex art. 1, comma 6, lett. a, del TUF). In tale ultima ipotesi, pertanto, viene a delinearsi un rapporto contrattuale complesso, in cui assume rilievo il “criterio della prevalenza delle finalità” (di investimento o meno), previsto dalle Disposizioni di trasparenza della Banca d’Italia del 29 luglio 2009, utilizzato per l’individuazione della disciplina di trasparenza – quella recata dal TUB, in alternativa a quella del TUF – applicabile al “prodotto composto””.

Infine, proprio dall’esame dell’oggetto del ricorso (petitum) è sottolineato che esso “non può che essere riferit[o] al solo svolgimento di attività gestionali ed amministrative del contratto di deposito, poste in essere dall’intermediario in qualità di “sostituto d’imposta” ed in esecuzione di obblighi su di esso gravanti in forza di norme tributarie che, in quanto tali, esulano dal novero delle attività di cui alla parte II del TUF e, di conseguenza, non possono farsi rientrare nell’ambito delle competenze dell’ACF”.

Non vi è dunque tutela per il ricorrente e l’esito, come innanzi ricordato, è di inammissibilità del ricorso.

Arbitro per le Controversie Finanziarie, 26/01/2018, n. 226 (leggi la decisione)

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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