Clausole vessatorie: il Giudice nazionale può rilevarne il carattere abusivo anche in sede di esecuzione

Le criticità legate al contenzioso giudiziario in materia di credito al consumo sollevano da sempre interessanti interrogativi.

La risposta, tuttavia, il più delle volte ha un’impronta comunitaria, i cui riflessi trovano la loro massima espressione nelle diverse sedi giudiziali in cui la soluzione è destinata a trovare concreta applicazione.

E’ questo il caso del principio sancito, in tema di tutela del contraente più debole nei rapporti tra consumatori e professionisti, dalla Corte di Giustizia Europea con la decisione del 18.02.2016, intervenuta nella causa C-49/14.

La Corte di Giustizia Europea, infatti, nel riesaminare una vicenda giudiziaria di nazionalità spagnola, è giunta alla conclusione che “La direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, dev’essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che non consente al giudice investito dell’esecuzione di un’ingiunzione di pagamento di valutare d’ufficio il carattere abusivo di una clausola inserita in un contratto stipulato tra un professionista e un consumatore, ove l’autorità investita della domanda d’ingiunzione di pagamento non sia competente a procedere a una simile valutazione”.

Il che, conduce inevitabilmente a soffermarsi sull’importanza che tale decisione potrebbe avere anche nel nostro ordinamento.

La Corte, infatti, ha attribuito al Giudice nazionale il compito di rilevare d’ufficio, anche in sede di esecuzione, l’eventuale carattere abusivo delle clausole contrattuali sottoscritte dal consumatore; e, ciò, anche se questo non abbia provveduto a proporre tempestivamente opposizione al decreto ingiuntivo.

La ragione, spiega la Corte di Giustizia, risiede nella circostanza che, nel caso di specie, per quanto sia innegabile che la legge del paese iberico consenta all’ingiunto di avvalersi della facoltà di proporre opposizione – ciò, peraltro, è quanto avviene anche nel nostro ordinamento – dando così luogo ad un correlato procedimento giurisdizionale, occorre pur sempre tener presente che, nella pratica quotidiana, i consumatori, sempre più di frequente, sono costretti a subire le esecuzioni perché scoraggiati dal presentare l’opposizione a decreto, “a causa del termine particolarmente breve previsto a tal fine, ovvero poiché possono essere dissuasi dal difendersi tenuto conto delle spese che un’azione giudiziaria implicherebbe rispetto all’importo del debito contestato, oppure poiché ignorano o non intendono la portata dei loro diritti, o ancora in ragione del contenuto succinto della domanda d’ingiunzione introdotta dai professionisti e, pertanto, dell’incompletezza delle informazioni delle quali dispongono (v., in tal senso, sentenza Banco Español de Crédito, C 618/10, EU:C:2012:349, punto 54)”.

E’ interessante, tuttavia, osservare come, a differenza di quanto previsto dal diritto processuale civile spagnolo, nel nostro ordinamento il termine per proporre opposizione al decreto ingiuntivo è di quaranta giorni, e non di venti.

Francesco Conciof.concio@lascalaw.com

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