Cause risarcitorie e “personalizzazione” del danno non patrimoniale

La “personalizzazione” del danno non deve mai tradursi in una inammissibile duplicazione risarcitoria delle singole voci del danno.

Questo, in estrema sintesi, quanto affermato dalla Suprema Corte nella recente sentenza del 6 luglio – 21 settembre 2017, n. 21939 (Cass. civ., Sezione III), con una pronuncia che si pone nel solco dell’ormai granitico orientamento delineatosi a partire dalle ben note sentenze di San Martino (Cass. SS.UU., 11 novembre 2008, n., 26972-75).

Ancora una volta, però, la Cassazione va oltre alla mera affermazione del carattere unitario della liquidazione; anche in questo caso, infatti, la Corte ha ribadito che il compito cui è chiamato il giudice ai fini di una corretta quantificazione del danno, va concettualmente tenuto distinto in due fasi: la prima, volta a individuare le conseguenze cd. ordinarie, cioè quelle che qualunque vittima di lesioni analoghe subirebbe, la seconda, in cui devono essere valorizzate le eventuali conseguenze peculiari del pregiudizio, cioè quelle conseguenze che non sono immancabili, ma che si sono verificate nel caso specifico e che il giudice è tenuto a considerare in coerenza alle risultanze argomentative e probatorie emerse nel corso dibattito processuale.

Tali fasi vanno tenute distinte non solo in quanto solo le prime vanno monetizzate con un criterio uniforme, mentre le seconde con un criterio scevro da automatismi, ma sopratutto perché è solo valorizzando le circostanze peculiari del caso concreto che il giudice potrà stabilire se, nel caso che lo occupa, le conseguenze cd. personalizzanti “valgano a superare le conseguenze ordinarie già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata del danno non patrimoniale assicurata dalle ben note previsioni tabellari”.

Nel procedere come sopra, dunque, il giudice deve sempre prestare molta attenzione nel non considerare alla stregua di circostanze “personalizzanti” circostanze che sono invece ordinarie, in quanto queste ultime sono già ricomprese nella liquidazione del danno alla persona operata attraverso il meccanismo tabellare.

In caso contrario, l’operazione si tradurrebbe in una “erronea duplicazione risarcitoria”.

Così disponendo, la Suprema Corte ha optato quindi per la cassazione della sentenza di secondo grado, ritenendola affetta da un eccessivo “apprezzamento di circostanze solo asseritamente personalizzanti”.

Cass., Sez. III Civ., 21 settembre 2017, n. 21939

Benedetta Minotti – b.minotti@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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