C.R.: nuova bocciatura per il danno in re ipsa

L’annosa questione del risarcimento del danno da illegittima segnalazione a sofferenza presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia rappresenta da sempre uno dei principali argomenti di forte contrasto giurisprudenziale.

In quest’ambito, una parte delle decisioni intervenute in materia nel corso degli ultimi anni si è dedicata al tema della risarcibilità del danno in re ipsa e gli orientamenti, ondivaghi fino a qualche tempo fa, paiono ultimamente convergere decisamente verso un punto di approdo decisivo.

La precedente visione ancorata all’idea che, in caso di illegittima segnalazione a sofferenza in C.R., il danno non fosse altro che un riflesso inevitabile, un effetto congenito necessariamente risarcibile, ha, forse, lasciato definitivamente il posto ad altra più fondata impostazione, più attenta ad un equo bilanciamento degli interessi in gioco.

Su questa scia, si è fatto strada, anche nel contesto in commento, quel principio secondo cui il pregiudizio del quale si chiede il risarcimento deve essere provato nella sua entità ed attraverso concreti elementi fattuali.

Infatti, quand’anche ci si trovi di fronte ad una condotta illecita, il danno non può ritenersi in re ipsa, poiché sia il pregiudizio patrimoniale, sia quello non patrimoniale vanno provati secondo le regole ordinarie.

Nell’alveo indicato si pone anche la sentenza del Tribunale di Sondrio n. 242/2018, resa all’esito di un giudizio ordinario di natura risarcitoria nel quale parte attrice, forte di un provvedimento cautelare che “accertava” l’illegittimità della segnalazione, avanzava domanda di ristoro di una serie di danni, patrimoniali e non, asseritamente subiti.

Tra questi, appunto, il pregiudizio c.d. in re ipsa che il magistrato accomuna in punto di prova alle altre tipologie di danno, allorquando, in maniera alquanto netta, afferma che “le domande attoree non meritano accoglimento; decisiva ed assorbente appare a questo giudicante l’assenza assoluta di prova in relazione al preteso danno subito, sia sotto il profilo del danno patrimoniale che in punto danno da immagine, piuttosto che danno morale; va innanzi tutto precisato che non viene qui condivisa la teoria del c.d. danno in re ipsa; ritiene il giudicante che la materia qui trattata non può sottrarsi al principio generale per cui il pregiudizio invocato deve essere sorretto da acconcia prova, sia quale danno patrimoniale che quale danno moralenella consapevolezza della sussistenza di un contrasto interpretativo, si reputa corretta e condivisibile la tesi della necessità della dimostrazione del danno da parte del soggetto che ne invoca il ristoro, in sintonia con le pronunce giurisprudenziali in tal senso citate in abbondanza da parte convenuta nei propri atti difensivi”.

Tanto, come si diceva in esordio, nel solco di quell’autorevole filone giurisprudenziale ormai abbracciato dalla Suprema Corte come meglio di seguito: “in tema di responsabilità civile, il danno all’immagine ed alla reputazione (nella specie, “per illegittima segnalazione alla Centrale Rischi”), in quanto costituente “danno conseguenza”, non può ritenersi sussistente “in re ipsa”, dovendo essere allegato e provato da chi ne domanda il risarcimento” (Cassazione civile, sez. VI, 28/03/2018,  n. 7594). E ancora: “in caso di illecito trattamento dei dati personali per illegittima segnalazione alla Centrale dei rischi, il danno, sia patrimoniale che non patrimoniale, non può essere considerato in re ipsa per il fatto stesso dello svolgimento dell’attività pericolosa. Anche nel quadro di applicazione dell’art. 2050 c.c., il danno, e in particolare la «perdita», deve essere sempre allegato e provato da parte dell’interessato” (Cassazione civile, sez. I, 25/01/2017,  n. 1931).

Neppure va trascurato un elemento che rischia spesso di venire ignorato, ossia l’appostamento a “crediti contestati”, invece correttamente valorizzato dalla pronuncia unitamente a quello della durata della segnalazione: “orbene, alla luce di tale punto fermo, nel caso concreto la segnalazione alla Centrale rischi avveniva il 24.2.2015, con recepimento della notizia da parte delle banche in momento prossimo ma successivo; in data 19.5.2015 la Direzione Legale della banca convenuta disponeva a che il credito fosse appostato a crediti contestati (cfr. doc. 20 di parte convenuta); a seguito dell’ordinanza 7.7.2015 sopra citata, la banca provvedeva all’oscuramento della segnalazione; la permanenza della segnalazione, pertanto, ha avuto una durata assai limitata nel tempo, onde l’attore deve provare non solo di aver subito un danno, sotto forma ad esempio di un negato credito da parte di altri istituti, ma anche di averlo subito proprio a cagione di tale segnalazione, nonostante la durata limitata della stessa”.

 La domanda è stata nel caso rigettata con condanna alla refusione delle spese di lite.

Tribunale di Sondrio, 2 luglio 2018, n. 242 (leggi la sentenza)

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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