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Brexit, le parole-chiave della trattativa

Si alza il sipario sulla Brexit. Questa mattina, alle 11, nella sede della Commissione Ue a Bruxelles il capo negoziat ore per i Ventisette, Michel Barnier, e il segretario di Stato britannico per l’uscita dall’Unione europea, David Davis, daranno il via al primo round di negoziati per il divorzio, a un anno dal referendum che ha sancito la vittoria del “Leave”. È la prima volta che un Paese esce dal club e le sessioni iniziali saranno dedicate a stabilire le regole del gioco. Poi la trattativa si farà serrata su tre questioni che i Ventisette considerano prioritarie: la salvaguardia dei diritti dei cittadini europei che vivono in Gran Bretagna, gli impegni finanziari di Londra con la Ue e i confini tra Eire e Irlanda del Nord. Il negoziato si preannuncia in salita e le incognite non mancano, sui termini dell’addio, ma anche sul tipo di relazione tra le due parti una volta consumato il divorzio dal marzo 2019.
Riuscirà Theresa May a mantenere la promessa di una “hard Brexit” con l’uscita dal mercato unico e il controllo sull’immigrazione? O dopo l’esito del voto dell’8 giugno il divorzio sarà più “soft”, con un accordo alla norvegese, che consentirà di continuare ad avere accesso a parte del «single market» e ad alcuni programmi senza gli obblighi di un Paese membro? «È possibile – spiega Vincenzo Scarpetta, senior policy analyst di Open Europe – che Londra cerchi una transizione più soft, ma l’obiettivo finale rimane una Brexit più hard: un gioco di parole per indicare che una volta raggiunto l’accordo sul divorzio potrebbe iniziare un periodo transitorio di due o tre anni in attesa di un accordo di libero scambio che vedrebbe comunque il Regno Unito lasciare il mercato unico».
Barnier dovrebbe presentare un primo resoconto ai leader Ue al vertice di giovedì e venerdì. In quella sede dovrebbe essere adottata, salvo sorprese, la procedura per la scelta delle nuove sedi dell’Agenzia del farmaco (Ema) e quella bancaria (Eba), in agenda del Consiglio Affari generali di domani. In corsa per l’Ema c’è anche Milano.
Dalle Agenzie con sede a Londra alla soft Brexit ecco le dieci paro le che aiutano a capire i punti salienti del negoziato.

AGENZIE
Con l’addio della Gran Bretagna all’Unione europea le due Agenzie decentrate della Ue, Ema ed Eba, dovranno traslocare in un’altra sede. La prima è l’Agenzia del farmaco e conta uno staff di 890 persone. Per ospitarla sono in corsa Milano, Amsterdam, Stoccolma, Vienna, Copenhagen e si è da poco fatta avanti anche Lisbona. La seconda è l’Autorità bancaria europea, che conta 189 dipendenti e fa gola a Francoforte, Parigi e Lussemburgo. Al vertice Ue dei capi di stato e di governo del 22 e 23 giugno dovrebbero essere rese note la tabella di marcia e la procedura per la scelta delle nuove sedi. Il termine per presentare le candidature è il 31 luglio.

CONTO DEL DIVORZIO
È uno dei tre nodi che dovranno essere sciolti nella prima fase del negoziato e probabilmente il più spinoso. Bruxelles chiede a Londra di onorare i propri impegni finanziari per limitare l’impatto della Brexit sul bilancio comunitario e su quelli nazionali. Tra questi gli oneri che la Gran Bretagna si è impegnata a sostenere nel bilancio Ue 2014-2020 e i versamenti nel capitale della Bce e nella Banca europea per gli investimenti. Secondo alcune stime circolate a Bruxelles il conto sarebbe di circa 60 miliardi di euro, un conto che Londra considera troppo esoso.

DIRITTI DEI CITTADINI
È una delle priorità dei Ventisette. L’obiettivo è la salvaguardia dei diritti dei cittadini di altri Paesi Ue che vivono in Gran Bretagna alla data di entrata in vigore dell’accordo sulla Brexit. L’intesa, secondo
Bruxelles, dovrà fornire «garanzie necessarie e non discriminatorie». Il tema è particolarmente caro al governo italiano: sono infatti circa 600mila i nostri connazionali che vivono oggi Oltremanica. Secondo indiscrezioni di stampa circolate la settimana scorsa Londra si appresta a presentare a Bruxelles «un’offerta molto generosa» su questo fronte.

GREAT REPEAL BILL
È la legge che annulla l’European Community Act del 1972, con cui si sanciva la supremazia del diritto Ue su quello britannico. Nel Libro Bianco pubblicato lo scorso marzo il governo di Londra spiega che non si tratterà di un colpo di spugna. Gli oltre 12mila regolamenti europei verranno infatti convertiti in legge britannica e saranno preservate le circa 7.900 leggi di trasposizione delle direttive europee. La legge entrerà in vigore a conclusione dei negoziati con Bruxelles, ma nel frattempo il testo dovrà essere sottoposto al Parlamento.
Con il divorzio dall’Unione la Gran Bretagna non sarà più sotto la giurisdizione della Corte di giustizia Ue.

HARD BREXIT
È stata battezzata così l’uscita a muso duro e senza compromessi invocata dalla premier Theresa May quando a marzo ha chiesto l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che ha dato il via all’iter per la Brexit. Uno dei princìpi della hard Brexit è che «è meglio nessun accordo che un cattivo accordo». Presuppone anche l’abbandono del mercato unico e della libera circolazione delle persone con il ripristino delle frontiere e il controllo dell’immigrazione. Nonostante l’esito delle elezioni dell’8 giugno e la formazione di un governo di minoranza, May ha ribadito che la sua visione non è cambiata, anche se alcuni esponenti del partito conservatore iniziano a premere per un’uscita più morbida.

IRLANDA DEL NORD
È uno dei tre nodi da sciogliere fin dalle prime fasi del negoziato. La Ue ha assicurato che farà tutto il possibile per evitare la creazione di un confine netto tra le due Irlande e che non metterà a rischio gli accordi di pace del Venerdì Santo. Lo Sinn Fein, il partito repubblicano nordirlandese, ha mostrato però preoccupazioni in questo senso in seguito all’intesa di governo tra Tory e Dup (gli unionisti nordirlandesi).

ISTITUZIONI
Sul fronte di Bruxelles a curare la regia sarà la Commissione Ue con il capo negoziatore Michel Barnier. Le linee guida negoziali sono state predisposte dai capi di Stato e di governo della Ue il 29 aprile scorso.
I leader saranno permanentemente interessati dal negoziato per il suo carattere politico di fondo.
Ad approvare l’accordo di divorzio sarà il Consiglio Ue a maggioranza qualificata con il consenso vincolante dell’Europarlamento. Sul fronte londinese, in prima linea è il Dipartimento per la Brexit creato ad hoc, guidato da David Davis.

MERCATO UNICO
È destinato a diventare un tema centrale nel negoziato, sia sul fronte della politica interna inglese che nei rapporti con la Ue. La sua creazione è cominciata con il Trattato di Roma nel 1957 e passi avanti sono stati registrati con l’Atto unico europeo del 1985, che ha recepito il Libro bianco della Commissione con un elenco di 300 provvedimenti legislativi necessari per il suo completamento. Prevede un’area di libera circolazione per persone, beni, servizi e capitali. Un mercato unico, appunto, per 500 milioni di cittadini. Per realizzarlo è stata creata anche un’Unione doganale e sono state abolite centinaia di barriere tecniche, giuridiche e burocratiche, che irrigidivano il libero scambio e la libera circolazione tra i Paesi membri. Da parte europea è già stato chiarito che le quattro libertà sono inscindibili.

RELAZIONE FUTURA
Bruxelles punta a raggiungere un accordo sul divorzio entro ottobre-novembre 2018, ma è possibile che si inizi a discutere della relazione futura tra le due parti già a fine 2017. Gli addetti ai lavori intravedono possibili fonti di ispirazione nella formula norvegese, che prevede un legame meno stretto, ma il diritto a far parte di programmi come Horizon 2020 con un contributo (in misura ridotta) al bilancio Ue. Oppure l’accordo siglato tra la Ue e il Canada (Ceta), che oltre all’eliminazione dei dazi doganali prevede tutele per i diritti dei lavoratori e l’ambiente. È possibile che venga stabilito un periodo transitorio in attesa dell’approvazione dell’accordo di libero scambio.

SOFT BREXIT
Significa un’uscita più morbida dalla Ue, con un divorzio amichevole. Londra lascerebbe il club e le sue istituzioni, ma resterebbe membro del mercato unico, come avviene già per la Norvegia o la Svizzera in forme diverse. Più probabile, in queto caso, anche un compromesso sul conto del divorzio. Il cambio della guardia voluto dalla premier May in posizioni chiave al Dipartimento per la Brexit potrebbe rappresentare, secondo alcuni osservatori, una virata verso una soft Brexit. Una possibile soluzione potrebbe essere un periodo di transizione più lungo verso una Brexit più dura.

Chiara Bussi

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