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Borsa e banche caute, ora si guarda ai rating

Le banche europee si prendono una pausa dopo settimane di forti rialzi che hanno portato – dai minimi del 28 novembre – le azioni italiane del credito ad apprezzarsi del 30% e quelle continentali in media del 12%.
Marginali le variazioni di ieri. Il settore tira il fiato anche in attesa di avere più chiaro il quadro politico. Intanto in Italia la Camera ha dato l’ok alla creazione di una commissione parlamentare di inchiesta sul funzionamento del sistema bancario e sui casi di crisi finanziaria che hanno coinvolto alcune banche, che guardi «all’individuazione di eventuali responsabilità degli amministratori, al corretto ed efficace esercizio delle funzioni di vigilanza e controllo nonchè all’analisi delle insolvenze che hanno contribuito a determinare tali crisi».
Il secondo punto che spinge gli investitori a mantenere un atteggiamento guardingo riguarda il rating dell’Italia. Ieri sera Standard & Poor’s ha confermato la “BBB-” (sottolineando però che dopo la caduta del Governo Renzi, il possibile rallentamento delle riforme potrebbe porre pressioni al ribasso sul giudizio). Ma gli occhi sono tutti puntati su venerdì 13: quel giorno l’agenzia canadese Dbrs comunicherà la sua decisione sul rating dell’Italia. Si tratta dell’unica agenzia che pone il Paese al di sopra della tripla B (rating A-low). Di conseguenza il giudizio è molto atteso perché – qualora ribassato – farebbe scendere di molto il valore della garanzia che le banche ottengono quando chiedono alla Bce liquidità dando in “pegno” i BTp.
E poi c’è un terzo punto – che riguarda il settore del credito europeo nel suo complesso – che sta favorendo la calma dopo i recenti, e violenti, rialzi. La dinamica dei tassi. Dopo la vittoria di Trump alla Casa Bianca (oggi è atteso un discorso del 45esimo presidente degli Usa) è partito anche un forte movimento rialzista sulla parte lunga della curva dei rendimenti. I Treasury Usa sono balzati dal 2,1% al 2,6% e i titoli trentennali al 3,3%. Questo ha impattato anche sui titoli di Stato dell’Eurozona con il rendimento del Bund decennale salito allo 0,3% (dopo che per gran parte del 2016 era stato negativo). Il BTp decennale ieri ha chiuso all’1,9% ma fino a poche settimane fa era oltre il 2%. Soglia che potrebbe risperimentare a breve secondo gli addetti ai lavori.
Tassi in rialzo equivalgono a maggiori prospettive di utili per le banche nella loro attività tradizionale (prestiti). Tuttavia a questo punto è complicato intercettare se e di quanto i tassi continueranno a salire. La soglia del Treasury al 2,6% si è finora rivelata piuttosto robusta. Dopo averla toccata due volte i mercati hanno poi riportato giù il rendimento (sceso ieri al 2,37%). Anche il Bund tedesco – per quanto l’inflazione rilevata a dicembre sia cresciuta all’1,7% su base annua, il livello più alto dal 2013 – fa fatica a violare al rialzo la soglia dello 0,3%. Il motivo è semplice. Al momento a muovere l’inflazione è più la componente energetica (influenzata dall’aumento del petrolio che è passato dai 28 dollari al barile dello scorso febbraio agli attuali 54). L’inflazione buona, quella derivante dall’aumento dei salari, è ancora piuttosto stabile (ferma allo 0,9% nell’Eurozona).
In attesa di nuove scosse sulle aspettative di inflazione (tanto negli Usa dove la curva a 5 anni proietta l’inflazione al 2,4% quanto nell’Eurozona dove la proiezione è salita all’1,8%) ai gestori manca un driver per proseguire nelle vendite dei bond e, di conseguenza, per far salire ulteriormente i rendimenti. Se ciò accadesse gli utili del comparto bancario potrebbero beneficiarne (il che, per le banche italiane, andrebbe mediato con la contestuale e ulteriore svalutazione del valore dei BTp in portafoglio).
Di fronte a questi interrogativi, in ogni caso, Piazza Affari ha chiuso la seduta di ieri con un rialzo dello 0,33% (sesta seduta positiva su sette) mentre l’indice continentale Eurostoxx 50 ha terminato gli scambi pressoché invariato. Wall Street, da par suo, è tornata a puntare la soglia psicologica dei 20mila punti (per l’indice Dow Jones). Anche ieri si è avvicinato di un soffio (come lunedì) ma il tentativo è fallito. Dopo i buoni dati sulle scorte di magazzino all’ingrosso, non è detto che tale livello non venga violato a breve. Ma gli investitori sanno bene che le azioni Usa valgono oggi 17,5 gli utili attesi e sono quindi piuttosto care. Quindi prima di prendere altre posizioni stanno aspettando che parta, la prossima settimana, la vera stagione delle trimestrali. Per iniziare a testare se il l’aumento degli utili dell’11% rispetto al 2016 già incorporato nei prezzi sia prudente o eccessivamente ottimistico.

Vito Lops

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