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Bitcoin, per l’Agenzia è una valuta estera

Per l’Agenzia delle entrate il Bitcoin deve essere considerata una valuta estera ma per prevederne l’indicazione nel quadro RW è necessaria una norma ad hoc.

La scelta dell’Agenzia delle entrate di qualificare i Bitcoin come valuta estera (Interpello 956-39/2018) non sembra del tutto infondata: la stessa definizione ai fini antiriciclaggio ne connota la dimensione puramente monetaria (l’art. 1, co. 2, lett. qq, dlgs 231/07 che, ai fini antiriciclaggio, ha definito il Bitcoin mezzo di scambio) e anche il suo inventore definisce il Bitcoin come «A purely peer to peer version of electronic cash would allow online payments to be sent directly from one party to another without going through a financial institution» (Satoshi Nakamoto’s paper 2008).

Il Bitcoin peraltro presenta le principali caratteristiche della moneta, assolvendo alle principali funzioni di tale strumento (mezzo di scambio, unità di conto ma, probabilmente, non di riserva di valore) anche se non è una moneta fiat, non essendo stata emessa da alcun ente e quindi non avendo «corso legale». Pertanto, qualificando il Bitcoin come valuta estera, l’Agenzia ha guardato alla sostanza dell’oggetto, il quale nasce come una moneta alternativa a quella legale, non considerando rilevante il fatto che il Bitcoin non abbia «corso legale». Inquadrato il Bitcoin come «valuta», si ritiene ragionevole che la criptovaluta sia qualificata come «valuta estera», proprio perché in Italia la valuta ufficiale è l’euro.

Più delicata è invece la qualificazione del wallet come «conto corrente estero», cui consegue il trattamento fiscale indicato nell’interpello e pertanto: (i) alle cessioni a pronti di valuta virtuale non conseguono redditi imponibili mancando la finalità speculativa salvo generare un reddito diverso qualora la valuta ceduta derivi da prelievi da portafogli elettronici (wallet), per i quali la giacenza media superi un controvalore di euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta (combinato disposto dell’articolo 67, comma 1, lettera c-ter) e del comma 1-ter del Tuir); (ii) l’obbligo di monitoraggio fiscale ai fini del quadro RW.

Anche in questo caso l’interpretazione sostanzialistica ha una sua ragionevolezza, ma deve fare i conti con il divieto di interpretazione analogica e con la difficoltà di individuare dei tassi di cambio ufficiali in base ai quali verificare il superamento della soglia di imponibilità. Pertanto, sarebbe necessaria una specifica modifica normativa: (i) al comma 1-ter dell’articolo 67 del Tuir – il quale tratta i soli «depositi e conti correnti» – così da includervi anche i wallet, che tecnicamente non sono tali; (ii) al dl n. 167/90, essendo difficile definire la territorialità del wallet.

L’occasione potrebbe anche essere utile per prevedere la possibilità di amministrare fiduciariamente il wallet; ciò renderebbe più facilmente assolvibili gli obblighi, che giustamente le diverse normative cercano di tutelare: (i) di antiriciclaggio, nonché (ii) di tassazione (la fiduciaria opererebbe quale sostituto di imposta) e (iii) di monitoraggio fiscale (il mandato escluderebbe l’obbligo di compilazione del quadro RW da parte del contribuente). Anche a questi fini è necessario che sia espressamente prevista la possibilità di adottare il regime amministrato per la fiscalità dei cosiddetti «delta valuta», ad oggi normativamente non possibile.

Giacomo D’Angelo Onofrio Raimondi

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