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Il Bitcoin in altalena «cerca» il prezzo giusto

Un anno fa era a 1.000 dollari, a metà dicembre era volato a quasi 20.000, poi è crollato a poco più di 6.000 e adesso oscilla poco sopra 9.000 dollari. Nel corso della sua breve vita il Bitcoin ci ha abituato all’altissima volatilità che mette a dura prova le coronarie degli investitori: già in passato ci sono stati rialzi improvvisi e ritracciamenti che avevano fatto pensare alla sua fine imminente.
Paul Krugman ha tuonato di nuovo contro quella che aveva già bollato come una bolla finanziaria che «finirà in tragedia». Gli ha fatto eco un altro Nobel dell’Economia come Robert Shiller per pronosticare che le quotazioni «sarebbero crollate del tutto», alla stregua degli ormai famosi tulipani nel Seicento. Ma Shiller ha qualche dubbio in più, ammettendo di non essere così sicuro sul futuro della valuta: potrebbe «essere ancora qui tra cent’anni».
A inizio febbraio due economisti – Richard Jackman della London School of Economics e Savvas Savouri di Toscafund Asset Management – si sono cimentati nell’impresa di dare un valore a Bitcoin. «Leggiamo spesso su queste pagine – hanno affermato sul Financial Times – che non ha un valore e che quindi in un mercato razionale non può avere un prezzo, ma è sbagliato»: essendo basato sulla domanda come strumento di scambio, «è facile calcolarne, approssimativamente, il valore di base». Che non è di grande conforto per i mercati: non più di 20 dollari! Il ragionamento è lineare: sulla base dell’attuale base monetaria di 15 milioni di Bitcoin e di un uso medio di ogni singolo Bitcoin quattro volte l’anno per fare transazioni, il contro è presto fatto. Ci sono 60 milioni di monete che supportano transazioni per 1.200 milioni di dollaro l’anno, il che significa che ogni Bitcoin vale giusto 20 dollari. Ma c’è un “ma”: se l’utilizzo come strumento di pagamento lievitasse di qualche migliaio di volte allora le quotazioni attuali sarebbero giustificate: «È possibile – sostengono i due economisti –, ma si tratta di un atto di fede nell’aumento di efficienza della tecnologia e nell’assenza di concorrenza».
Anche una società di Wall Street ha provato a dare un suo valore al Bitcoin: in un rapporto intitolato senza mezzi termini “Fool’s Gold”, Quinlan Associates prevede una caduta a 1.800 dollari a fine anno. «Valutando Bitcoin sulla base di un approccio basato sul costo di produzione e di riserva di valore, è stimabile in 2.161 e 687 dollari rispettivamente. Valutandolo come valuta, sia per pagamenti legali che sul mercato nero, possiamo calcolarne il valore in 1.780 dollari». Ancora peggio sul più lungo periodo: per il 2020 sarà a 810 dollari. Ci sarà invece possibilità di crescita per le criptovalute nel loro insieme: quest’anno la loro capitalizzazione scenderà a 223 miliardi dai quasi 800 toccato a inizio anno, ma poi rimbalzerà a 407 miliardi nel 2020, trainata dalle valute con chiare funzionalità.
Insomma, trovare un valore equo per il Bitcoin è davvero opera improba: si tratta di uno strumento che non ha alcun valore intrinseco, non rappresentando un’economia, ma allo stesso tempo costituisce una sperimentazione talmente originale e senza precedenti da lasciare spazio a qualsiasi tipo di previsione, da una valutazione che può piombare a zero agli ottimisti che lo vedono a 500.000 dollari. Nessuna stima può essere confutata dal momento che la sua unicità lascia spazio a valutazioni che prescindono dai ragionamenti tradizionali.
«La dinamica dei prezzi è il processo con cui il mercato scopre il valore di un bene – sostiene Ferdinando Ametrano, professore al Politecnico e a Milano Bicocca -: familiarizzare con Bitcoin come oro digitale è una gigantesca sfida culturale ed economica che si riflette in una drammatica volatilità. Ma il trend, ricordiamolo, è pur sempre di crescita a fronte di una sempre maggiore accettazione e diffusione». Anche chi sostiene che Bitcoin non produce ricchezza è stato smentito: Nomura ha stimato che il rialzo delle quotazioni nell’ultimo scorcio del 2017 abbia fruttato all’economia giapponese un aumento supplementare dello 0,3% del Pil, grazie a una spinta dei consumi tra 200 e 850 milioni di dollari.
Uno dei fattori alla base della valutazione futura del Bitcoin, come delle altre criptovalute, potrebbe essere costituito proprio dalle funzionalità. Tenendo conto che la massa monetaria di Bitcoin è finita e che non potrà superare i 21 milioni di unità, il valore potrà essere sostenuto dall’utilizzo della sua blockchain, la tecnologia di registro distribuito sottostante che sta raccogliendo l’interesse crescente del mondo aziendale (che però spesso si orienta su architetture proprietarie). «Oggi abbiamo gran quantità di aziende e capitali che cercano di far funzionare questo potenziale – sostiene un bit-ottimista come Charles Hayter, ceo di CryptoCompare -. Vedremo la qualità e la funzionalità delle criptovalute migliorare in tutte le sue forme, che siano valute, ricompense, piattaforme o forme di utility e fiducia».

Pierangelo Soldavini

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