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Banche, Bruxelles corregge la Nouy Opzione più soft sui crediti a rischio

Mettetevi nei panni di un azionista di una banca europea. Uno di quelli che detengono titoli di uno delle decine di istituti che capitalizzano oltre seicento miliardi nell’area euro. E cercate di immaginare cosa possa capire del valore del suo investimento: nel giro di una settimana le due istituzioni centrali dell’area euro hanno indicato due direzioni diverse sullo stesso tema determinante per le banche delle quali milioni di investitori sono comproprietari. Né è chiaro, fra Bruxelles e Francoforte, se una delle due visioni debba prevalere e quale.

Non è dunque sorprendente se il mercato reagisce con una volatilità paradossale: regolatori e legislatori dovrebbero mirare alla calma, alla stabilità e neutralità delle loro azioni sul mercato. Invece il titolo di Banco Bpm, divenuto cartina tornasole di questo conflitto fra istituzioni europee per il suo 23% di crediti in bilancio deteriorati e coperti al 60% da accantonamenti, ieri è rimbalzato del 4,8%. Nell’ultima settimana era caduto del 12,4%. Il tutto a causa delle notizie, sempre incerte, che arrivano dalla vigilanza della Banca centrale europea e dalla Commissione Ue.

È la prova che l’Unione bancaria esiste, ma può migliorare. A determinare il recupero dell’1,36% dell’indice dei bancari di Piazza Affari ieri, dopo una scivolata del 5,5% in sette giorni, sono state proprio le notizie giunte da Bruxelles. La Commissione Ue ha approvato una comunicazione «sul completamento dell’Unione bancaria» che corregge seccamente la rotta indicata giorni fa dalla vigilanza della Bce sulla gestione dei 988 miliardi di crediti in default nei bilanci delle banche dell’area euro.

Il Consiglio di sorveglianza della Bce aveva dato due indicazioni. In primo luogo, dopo sette anni le banche dovrebbero accantonare capitale pari al valore totale dei futuri prestiti che entrano in qualche forma di default e deve farlo anche se sono sostenuti da garanzie reali. In secondo luogo, la Bce farà sapere entro marzo se anche i crediti cattivi esistenti vanno trattati come quelli futuri, svalutando le garanzie a zero dopo sette anni e accantonando riserve per il 100% dell’esposizione. Ma tutti i segnali in arrivo da Francoforte suggeriscono che la Bce è già orientata su una misura così drastica anche sui bilanci attuali. Per decine di aziende di credito si aprirebbe un vasto buco di capitale e il mercato lo ha anticipato facendone crollare i titoli. È accaduto soprattutto in Italia, dove si trovano 240 miliardi di crediti in default, anche se ieri il Fondo monetario internazionale ha previsto vendite di questi crediti per 65 miliardi entro la fine dell’anno.

La nuova svolta sui mercati è arrivata ieri, quando la Commissione Ue ha indicato una strada diversa. Nella comunicazione annuncia infatti che proporrà presto un’iniziativa di legge per fissare i livelli minimi di accantonamento unicamente per i casi di default originati da prestiti futuri. Non solo. Nella comunicazione e in un rapporto sul funzionamento della vigilanza Bce, Bruxelles fa capire anche che Francoforte non ha diritto di fissare regole generali sul capitale delle banche e di farle rispettare con la minaccia implicita di esigere maggiori cuscinetti supplementari di patrimonio («Pillar 2») a ciascuna banca che non si adegui. Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue con fama tutt’altro che da colomba, ha lanciato un chiaro messaggio alla presidente della vigilanza Bce Danièle Nouy: «Abbiamo fiducia che terrà conto dei risultati emersi in questa consultazione». Di fatto è una correzione delle scelte di Nouy, non la prima da parte di Bruxelles, seguita anche alle proteste del presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani e del suo collega Cdu tedesco Markus Ferber.

Un deciso passo indietro dalla Commissione è invece arrivato ieri su qualunque piano di creare uno schema europeo di garanzie reciproche sui depositi bancari in Europa, per evitare il panico agli sportelli. Bruxelles propone che, per accedervi, le banche superino nuovi esami sulla solidità dei loro bilanci (ma la garanzia serve a quelle che non lo supererebbero). C’è poi un passo in più: in attesa di questo passaggio, il resto d’Europa potrà prestare fondi per garantire i depositi di banche in difficoltà di singoli Paesi che non abbiano più risorse sufficienti per calmare un panico da soli. Ma ciò apre potenzialmente la strada a programmi su modello Trojka proprio in caso di una corsa agli sportelli delle aziende di credito.

Federico Fubini

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