Bancarotta semplice: l’inadempimento di un precetto formale integra il reato

Per la configurazione del reato di bancarotta semplice è sufficiente che l’imprenditore, sottoposto a controllo, non abbia tenuto o abbia conservati in modo irregolare, analogamente a quanto riscontrabile nel caso in esame, i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge. Tale reato, infatti, consiste nel mero inadempimento formale ed integra un reato di mera condotta che si realizza anche qualora in concreto non si verifichi danno per i creditori.

La Corte d’appello territoriale confermava la condanna inflitta dal Tribunale all’imputato per i reati di bancarotta semplice e fraudolenta commessi nella qualità di rappresentante legale della società.

Con i propri motivi di doglianza al Supremo Collegio l’imputato denunciava l’assenza di un percorso argomentativo che dia esclusivamente conto, limitatamente alla bancarotta semplice, degli elementi probatori acquisiti, sotto il profilo dell’elemento soggettivo, che riteneva insussistente alla luce delle conclusioni del consulente tecnico del pubblico ministero il quale evidenziava come i proventi delle attività imprenditoriali dell’imputato fossero destinati al pagamento dei creditori.

Si deducevano, altresì, la violazione di legge e vizio di motivazione, in riferimento all’art. 546 c.p.p. , lett. e), e  l’ art. 217 L. Fall, conseguenti al fatto che la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto della configurazione della bancarotta documentale semplice, rispetto alla quale il compendio probatorio non consentiva di ipotizzare alcun atteggiamento dell’imputato preordinato ad eludere i controlli contabili previsti dalla legge, anche in considerazione del fatto che il consulente tecnico dell’accusa ricostruiva integralmente l’attività imprenditoriale del ricorrente.

Secondo il costante orientamento giurisprudenziale del Supremo Collegio, la condotta contestata all’imputato è configurabile sia nell’ipotesi in cui l’agente ometta di tenere le scritture contabili nel rispetto delle prescrizioni normative in modo consapevole, sia nelle ipotesi in cui l’obbligato si sottragga ai doveri contabili impostigli normativamente per negligenza o anche solo per ignoranza. Sul punto è necessario un richiamo alla giurisprudenza consolidata di questa Corte secondo cui: “Ai fini dell’integrazione della bancarotta semplice ( L. Fall., art. 217, comma 2), l’elemento soggettivo può indifferentemente essere costituito dal dolo o dalla colpa, che sono ravvisabili quando l’agente ometta, con coscienza e volontà o per semplice negligenza, di tenere le scritture, mentre per la bancarotta fraudolenta documentale prevista dalla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 2, l’elemento psicologico deve essere individuato nel dolo generico, costituito dalla coscienza e volontà della irregolare tenuta delle scritture con la consapevolezza che ciò renda impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio dell’imprenditore” (Sez. 5, n. 06/10/2011, Barbieri, Rv. 251709).

Alla luce di quanto ut supra esposto la Corte di Cassazione statuisce che per la configurazione del reato de quo è sufficiente che l’imprenditore, sottoposto a controllo, non abbia tenuto o abbia conservati in modo irregolare, analogamente a quanto riscontrabile nel caso in esame, i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge. Il reato contestato al ricorrente consiste, infatti, nel mero inadempimento formale ed integra un reato di mera condotta che si realizza anche qualora in concreto non si verifichi danno per i creditori.

La Suprema Corte riteneva meritevole di accoglimento il motivo di doglianza relativo alla violazione dell’art. 216, co. 1 n. 1 L.F., in quanto è dato ermeneutico incontroverso quello secondo cui “la bancarotta fraudolenta per dissipazione richiede, sotto il profilo oggettivo, l’incoerenza assoluta, nella prospettiva delle esigenze dell’impresa, delle operazioni poste in essere e, sotto il profilo soggettivo, la consapevolezza dell’autore della condotta di diminuire il patrimonio della stessa per scopi del tutto estranei agli interessi aziendali” (Sez. 5, n. 5317 del 17/09/2014, dep. 2015, Franzoni, Rv. 262226; Sez. 5, n. 47040 del 19/10/2010, dep. 2011, Presutti, Rv. 251218).

I richiami alle verifiche contabili eseguite dal consulente tecnico della pubblica accusa – cui ci si riferiva diffusamente ma assertivamente nei giudizi di merito – apparivano privi di collegamento con le dinamiche imprenditoriali proprie della società, in riferimento alle quali le operazioni contrattuali effettuate dall’imputato, anche se economicamente improficue, apparivano connotate da assoluta incoerenza.

Ne derivava, pertanto, che la mancata individuazione di una destinazione delle risorse aziendali collegate alle altre operazioni contrattuali censurate a scopi estranei alla condizione dell’impresa dell’imputato non consentiva, sulla base del percorso motivazionale esplicitato dalla Corte territoriale, di ritenere ricorrenti gli elementi costitutivi indispensabili alla configurazione della bancarotta fraudolenta per dissipazione oggetto di contestazione.

La Suprema Corte annullava la sentenza rinviando ad altra sezione della Corte d’Appello territoriale in punto di bancarotta fraudolenta e dichiarava inammissibili gli altri motivi di doglianza dichiarando l’irrrevocabilità delle statuizioni di merito relative alla bancarotta semplice.

Cass., Sez. Penale Feriale, 22 Agosto 2017, n. 41796

Antonia Della Corte – a.dellacorte@lascalaw.com

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