Bancarotta: non è necessario il nesso di causalità tra distrazione e successivo fallimento 

La bancarotta fraudolenta patrimoniale sussiste a prescindere dalla presenza di un nesso di causalità tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento e, in punto di elemento psicologico, la rappresentazione e la volontà dell’agente debbono essere relative alla deminutio patrimonii occorrendo, al più, che la consapevolezza che quell’impoverimento dipenda da iniziative non giustificabili con il fisiologico esercizio dell’attività imprenditoriale

La Corte d’appello territoriale confermava la sentenza di condanna emessa in sede di rito abbreviato dal Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale che aveva ritenuto responsabile l’imputato per aver tenuto comportamenti distrattivi e dissipativi del patrimonio della fallita; più precisamente per aver negoziato assegni tratti sul conto corrente sociale per importi ingenti e versati sul proprio conto corrente nonché per aver concesso fideiussioni a titolo gratuito in favore della società che già versava in uno stato di conclamata insolvenza.

Con riferimento a tale capo d’imputazione ricorreva il difensore dell’imputato rilevando che la bancarotta per aggravamento del dissesto richiede la dimostrazione di una colpa grave, mentre l’imputato non ebbe mai contezza di una presunta irreversibilità della decozione (tanto che non si registrarono esposizioni nel bilancio di dati mendaci, onde occultare la già avvenuta perdita del capitale).

Secondo la tesi difensiva il presupposto di fatto del fallimento – lo stato di insolvenza – non è stato previsto né voluto, nemmeno a titolo di dolo eventuale. L’imputato non ha mai prefigurato che il suo, ritenuto come un comportamento depauperativo, potesse portare verosimilmente al dissesto ed accettare tale rischio, perché riteneva, anche se a torto, che la società potesse tornare a tempi migliori. La bancarotta è un reato di evento e tale è l’insolvenza della società, che trova riconoscimento formale e giuridicamente rilevante nella dichiarazione di fallimento conseguente alla condotta distrattiva dell’imprenditore.

La tesi difensiva esprime implicitamente adesione ai principi affermati in un isolato precedente del Supremo Collegio (Cass. Pen., Sez. V, n. 47502 del 24/09/2012), secondo cui “nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento dello stesso, e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo”.

Si tratta, però, di una tesi che alla luce della successiva elaborazione giurisprudenziale deve ritenersi del tutto destituita di fondamento. Numerose e non più smentite decisioni di legittimità, successive alla richiamata pronuncia, sono infatti tornate ad affermare che “ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento” (così Cass. Pen., Sez. V, n. 7545 del 25/10/2012 e Cass. Pen., Sez. V, n. 27993 del 12/02/2013). In una quasi coeva decisione, la stessa Sezione V ha precisato che “anche dopo l’entrata in vigore del d.lgs. 11 aprile 2002, n. 61, ad integrare il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione non si richiede l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione e il successivo fallimento […]. Al riguardo vale la pena di rimarcare che il rapporto eziologico fra la condotta vietata e il dissesto della società è richiesto dalla legge fall., art. 223, comma 2, n. 1, nel testo novellato, con esclusivo riferimento alle ipotesi di bancarotta da reato societario, il cui elemento oggettivo – nel modello descrittivo recato dagli artt. 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 c.c., richiamati dalla norma incriminatrice – è del tutto diverso da quello che caratterizza le condotte vietate dall’art. 216 della stessa legge, richiamato invece dal citato art. 223, comma 1” (Cass. Pen., Sez. V, n. 232 del 09/10/2012).

L’indirizzo, dopo ulteriori conferme ha trovato nuovo e definitivo avallo da parte delle Sezioni Unite (Cass. Pen., Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016), con l’affermazione che “ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività”. Secondo le Sezioni Unite “i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza”.

Deve allora ritenersi che la condotta sanzionata non sia quella di avere cagionato lo stato di insolvenza o di avere provocato il fallimento, bensì – assai prima – quella di depauperamento dell’impresa, consistente nell’averne destinato le risorse ad impieghi estranei all’attività dell’impresa medesima. La rappresentazione e la volontà dell’agente debbono perciò inerire alla deminutio patrimonii (semmai,  occorre la consapevolezza che quell’impoverimento dipenda da iniziative non giustificabili con il fisiologico esercizio dell’attività imprenditoriale): tanto basta per giungere all’affermazione del rilievo penale della condotta, per sanzionare la quale è sì necessario il successivo fallimento, ma non già che questo sia oggetto di rappresentazione e volontà – sia pure in termini di semplice accettazione del rischio di una sua verificazione – da parte dell’autore.

Ne consegue che, contrariamente a quanto sostenuto dal difensore dell’imputato, la fattispecie astratta del delitto in esame appare disegnata dal legislatore come reato di pericolo, non già di evento.

La Corte, pertanto, dichiarava inammissibile il ricorso condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al pagamento di una determinata somma in favore della Cassa delle Ammende.

Cass., Sez. V Penale, 19 Luglio 2017, n. 56315

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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