Bancarotta: ininfluente la sovrapposizione tra amministratore di diritto e di fatto 

Per la sussistenza del concorso di persone nel delitto di bancarotta fraudolenta, è irrilevante l’esercizio in via esclusiva di alcuni soltanto dei poteri gestori tra amministratore di fatto e di diritto, posto che la qualifica di amministratore può essere ricoperta anche da più soggetti contemporaneamente oppure in concorso con chi riveste quella di amministratore di diritto.

La corte d’Appello territoriale confermava la condanna inflitta dal Tribunale ai due imputati per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e cagionamento del fallimento per effetto di operazioni dolose, commessi nelle loro rispettive qualità di amministratore di diritto e di fatto.

Con uno dei quattro motivi di doglianza l’imputato riconosciuto quale amministratore di fatto, denuncia errata applicazione di legge e vizi di motivazione in merito all’attribuzione di tale qualifica.

In tal senso i giudici dell’appello, come precedentemente il Tribunale, avrebbero desunto detta qualifica dallo svolgimento da parte dell’imputato di funzioni in seno all’azienda non espressive di effettiva e tipica attività gestoria. Nemmeno l’unico episodio eventualmente interpretabile in senso contrario, costituito dal coinvolgimento dell’imputato nell’alienazione di un bene della fallita -episodio poi trasfuso nel capo d’imputazione quale operazione dolosa causativa del fallimento-, giustifica le conclusioni assunte in sentenza, stante la sua occasionalità e la circostanza che egli ha, in tale frangente, operato su delega dell’amministratore, al pari di un dirigente. La Corte territoriale non avrebbe, inoltre, considerato che sia la tenuta della contabilità che la gestione finanziaria della fallita fossero seguite in maniera esclusiva dal coimputato -amministratore di diritto-, unico soggetto legittimato ad operare sul conto aziendale.

Detto motivo di doglianza, secondo la Corte di Cassazione, è infondato al limite dell’ammissibilità.

Secondo il costante orientamento giurisprudenziale del Supremo Collegio è amministratore di fatto non chi eserciti tutti i poteri propri dell’organo di gestione, ma quantomeno un’apprezzabile attività gestoria, svolta in modo non episodico o occasionale.

La prova della posizione di amministratore di fatto, conseguentemente, “si traduce nell’accertamento di elementi sintomatici dell’inserimento organico del soggetto con funzioni direttive nella società e cioè in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell’attività della stessa, quali sono i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti ovvero in qualunque settore gestionale di detta attività, sia esso aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare” (ex multis Sez. 5, n. 35346 del 20 giugno 2013, Tarantino, Rv. 256534).

Appare, pertanto, irrilevante che l’amministratore di diritto esercitasse, anche in esclusiva, alcuni dei tipici poteri gestori (come la tenuta della contabilità o l’operatività del conto corrente intestato alla società), giacché “la qualifica di amministratore può essere ricoperta anche da più soggetti contemporaneamente ovvero in concorso con chi rivesta invece quella di amministratore di diritto non necessariamente in modo meramente formale, nell’ambito di una ripartizione dei poteri e delle funzioni.”.

Per tali motivi la Suprema Corte riteneva infondate le motivazioni del ricorrente il cui ricorso veniva rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, Sez. V Penale, 31 Maggio 2017, sentenza n. 30218 (leggi la sentenza)

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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