Bancarotta fraudolenta: sufficiente il dolo generico in caso di irregolare tenuta della contabilità

Per la configurazione delle ipotesi di reato di bancarotta fraudolenta documentale, in caso di irregolare tenuta della contabilità, è richiesto il dolo generico, costituito dalla consapevolezza nell’agente che la confusa tenuta della contabilità potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, non essendo, per contro, necessaria la specifica volontà di impedire quella ricostruzione.

La Corte d’appello territoriale confermava la condanna inflitta dal Tribunale agli imputati in ordine al reato di bancarotta fraudolenta documentale commesso nelle loro rispettive vesti di amministratore unico e di amministratore di fatto della società.

Con i propri motivi di doglianza al Supremo Collegio gli imputati deducevano, oltre ai vizi di motivazione della sentenza, anche l’inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 216 e 223 L. Fall.. Ritenevano, infatti, che per la configurazione del reato di bancarotta fraudolenta documentale fosse necessario il dolo specifico, mentre nel caso in esame le risultanze istruttorie evidenziavano soltanto il dato materiale del mancato rinvenimento delle scritture indicate in rubrica, dato dal quale, secondo la difesa, non risultava possibile ricavare la prova dell’elemento soggettivo che avrebbe animato la condotta di chi avrebbe dovuto curarne la tenuta, al più, tale argomento sarebbe potuto risultare indicativo di un mero dolo generico.

Secondo il precedente orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte, per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili, per espresso dettato della L. Fall., art. 216, comma 1, n. 2, è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, mentre per le ipotesi di irregolare tenuta della contabilità, caratterizzate dalla tenuta delle scritture in maniera da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, è richiesto invece il dolo intenzionale, perché la finalità dell’agente è riferita ad un elemento costitutivo della stessa fattispecie oggettiva – l’impossibilità di ricostruire il patrimonio e gli affari dell’impresa – anziché a un elemento ulteriore, non necessario per la consumazione del reato, quale è il pregiudizio per i creditori (Cfr. Sez. 5, n. 5905/2000 del 06/12/1999, Amata, Riv. 216267; v. anche, nello stesso senso, Cass., Sez. 5, n. 21075 del 25/03/2004, Lorusso).

Le pronunce degli anni successivi hanno superato il suddetto orientamento: si è infatti precisato che il reato de quo richiede il dolo generico, costituito dalla consapevolezza nell’agente che la confusa tenuta della contabilità potrà rendere impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio, non essendo, per contro, necessaria la specifica volontà di impedire quella ricostruzione” (Cass., Sez. V, n. 5264 del 17/12/2013, Manfredini, Rv 258881; v. altresì, già nello stesso senso, Cass., Sez. V, n. 22109 dell’11/05/2005, Veronesi). E’ stata, invece, sempre ribadita la necessità che ricorra il dolo specifico – verso il perseguimento di un profitto ingiusto, ovvero di un danno per i creditori – per le ipotesi di sottrazione, distruzione o falsificazione della contabilità (v. Cass., Sez. V, nn. 21872 del 25/03/2010, Laudiero, e 17084/2015 del 09/12/2014, Caprara).

Alla luce di quanto esposto, la Corte di Cassazione dichiarava inammissibili tutti i motivi di doglianza, rigettando così i ricorsi degli imputati.

Cass., Sez. V Penale, 15 Maggio 2017, n. 45289

Antonia Della Corte – a.dellacorte@lascalaw.com

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