Bancarotta fraudolenta: punita la distrazione non l’aver cagionato il fallimento

Con il reato di bancarotta fraudolenta il legislatore punisce l’attività distrattiva dell’imprenditore, non l’aver cagionato il fallimento.

La Corte di Appello territoriale, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha riconosciuto l’imputato colpevole dei reati a lui ascritti per i fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta preferenziale e, diversamente qualificata l’imputazione di bancarotta fraudolenta documentale a norma dell’art. 217 legge fallimentare, e per l’effetto, lo ha condannato alla pena di anni due di reclusione, confermando nel resto la sentenza impugnata.

Ha proposto ricorso nell’interesse dell’imputato il suo difensore di fiducia, deducendo, tra i motivi di doglianza, vizio di motivazione in ordine alla sussistenza del nesso causale e dell’elemento soggettivo richiesti ai fini del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione.

La difesa ha invocato l’applicazione dei principi della sentenza emessa proprio dalla V sezione n. 47502 del 2012, c.d. «Corvetta», osservando che l’indirizzo giurisprudenziale ivi affermato impone una verifica circa la rappresentazione e volizione del dissesto al momento dell’adozione della condotta: questione che la Corte d’Appello territoriale aveva ignorato, a dispetto dei motivi di gravame sviluppati sul punto, non considerando il fatto che le distrazioni, gli occultamenti di beni e i pagamenti (erroneamente ritenuti al fine di favorire solo alcuni creditori) erano stati effettuati nell’intento esclusivo di salvare l’azienda e di risanare la posizione debitoria della propria attività.

Inoltre, il ricorrente non avrebbe potuto essere ritenuto autore di un comportamento capace di cagionare il dissesto della società, non essendo stato provato un rapporto causale tra la condotta dell’agente e il fallimento che, in virtù dei principi di diritto enunciati nella sentenza c.d. «Corvetta», è doveroso individuare per affermare la responsabilità per il reato in esame.

Detto motivo è stato giudicato inammissibile da parte del Supremo Collegio.

I principi di diritto affermati nella sentenza soprammenzionata, che, partendo dalla corretta qualificazione della dichiarazione di fallimento quale elemento essenziale del reato, giungono ad affermare che la stessa debba porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente ed essere, altresì, sorretta dall’elemento soggettivo del dolo, esprimono una tesi rimasta del tutto isolata nel panorama giurisprudenziale di legittimità.

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza della Suprema Corte, in tema di elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale è sufficiente la consapevole volontà di imprimere al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte.

Infatti “con il reato di bancarotta fraudolenta, propria e impropria, la legge punisce l’imprenditore che ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato e non già l’imprenditore che ha cagionato il fallimento; si intende infatti reprimere la condotta distrattiva per la sua pericolosità per la tutela del bene giuridico protetto, anche prima dell’intervento del giudice che emette la sentenza di fallimento, a tutela degli interessi della massa dei creditori pregiudicati dall’ingiustificato depauperamento della funzione di garanzia del patrimonio dell’imprenditore o della società“. La condotta peculiare e connotativa del reato, di mera condotta e di pericolo, di bancarotta fraudolenta patrimoniale è, pertanto, costituita da quei comportamenti descritti nella norma, idonei a porre in pericolo gli interessi dei creditori.

In definitiva, quindi, “l’elemento soggettivo del reato va colto nella consapevole volontà di imprimere al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti suscettibili di arrecare danno ai creditori”. Di qui la definizione del dolo generico del reato in termini di consapevolezza e volontà di determinare, con il proprio comportamento distrattivo o dissipativo, un pericolo di danno per i creditori non essendo sufficiente la sola consapevolezza e volontà del fatto distrattivo.

Non è quindi necessario che la volizione concerna anche lo stato di insolvenza e il dissesto economico dell’impresa, essendo sufficiente la consapevolezza che la condotta distrattiva mette a rischio la garanzia patrimoniale apprestata a favore dei creditori.

La Corte, in relazione al motivo dedotto, dichiarava inammissibile il ricorso.

Cass., Sez. V Penale, 27 Febbraio 2018, n. 8997

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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