Bancarotta fraudolenta: nessun sequestro se non vi è relazione tra denaro e reato

In tema di bancarotta fraudolenta, qualora il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario deve essere qualificata come confisca diretta e non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma e il reato.

Il Tribunale della Libertà territoriale rigettava l’impugnazione avanzata dal P.M. avverso il provvedimento di diniego del richiesto sequestro preventivo, in relazione ad una ipotesi di bancarotta distrattiva patrimoniale impropria e societaria.

Avverso tale ordinanza ricorreva il P.M., denunziando l’erroneità giuridica del ragionamento operato dal Tribunale impugnato che aveva ritenuto che, in tema di sequestro preventivo diretto alla confisca facoltativa, non si applicasse l’ultimo dettato giurisprudenziale rappresentato dalla sentenza resa a Sezioni Unite di cui al n. 31617/2015, quanto piuttosto la precedente giurisprudenza resa sempre a Sezioni Unite di cui al n. 10651/2014, con la conseguenza che in realtà, in caso di sequestro preventivo diretto alla confisca facoltativa, occorreva sempre accertare il nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto di confisca ed il reato.

La confisca del prezzo o del profitto costituiti da una somma liquida di denaro deve essere sempre considerata confisca diretta, atteso che il denaro, bene fungibile per eccellenza, si confonde per sua natura con le altre disponibilità economiche del reo e, ferma l’esattezza dell’importo, non ha dunque senso considerarlo l’equivalente di un tantundem consumato, investito od occultato. Quando si tratta di denaro o di altri beni fungibili, la confisca non è “per equivalente”, ma sempre confisca diretta.

La ratio essendi della confisca di valore o per equivalente, sta nella impossibilità di procedere alla confisca “diretta” della cosa che presenti un nesso di derivazione qualificata per il reato.  Ed invero, la trasformazione, l’alienazione o la dispersione di ciò che rappresenti il prezzo o il profitto del reato determina la conseguente necessità, per l’ordinamento, di approntare uno strumento che, in presenza di determinate categorie di fatti illeciti, faccia si che il “beneficio” che l’autore del fatto ha tratto, ove fisicamente non rintracciabile, venga ad essere concretamente “sterilizzato” sul piano patrimoniale, attraverso una misura ripristinatoria che incidere direttamente sulle disponibilità dell’imputato, deprivandolo del tantundem sul piano monetario.

Da qui, la logica strutturalmente sanzionatoria della confisca di valore, dal momento che è l’imputato che viene ad essere direttamente colpito nelle sue disponibilità economiche (e non la cosa in quanto derivante dal reato), e ciò proprio perché autore dell’illecito, restando il collegamento tra la confisca, da un lato, ed il prezzo o profitto del reato, dall’altro, misurato solo da un meccanismo di equivalenza economica. Ne discende che ove il profitto o il prezzo del reato sia rappresentato da una somma di denaro, questa, non soltanto si confonde automaticamente con le altre disponibilità economiche dell’autore del fatto, ma perde – per il fatto stesso di essere ormai divenuta un’appartenenza del reo qualsiasi connotato di autonomia quanto alla relativa identificabilità fisica.

Soltanto, dunque, nell’ipotesi in cui sia impossibile la confisca di denaro, sorge l’eventualità di far luogo ad una confisca per equivalente degli altri beni di cui disponga l’imputato e per un valore corrispondente a quello del prezzo o profitto del reato, giacché, in tal caso, si avrebbe quella necessaria “novazione oggettiva”, che costituisce il naturale presupposto per poter procedere alla confisca di valore.

La Suprema Corte, pertanto, annullava l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale per nuovo esame.

Corte di Cassazione, Sez. V Penale, 29 Marzo 2017, n. 23393 (leggi la sentenza)

Marianna Piacenza – m.piacenza@lascalaw.com

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