Bancarotta fraudolenta: l’occultamento della contabilità richiede il dolo specifico

L’occultamento delle scritture contabili costituisce una fattispecie autonoma ed alternativa rispetto alla fraudolenta tenuta delle scritture medesime, che si differenzia anche in punto di elemento psicologico.

La Corte di appello territoriale confermava la sentenza di condanna dell’imputato emessa dal Giudice di primo grado per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, nonché per quello di cui all’art. 220 Legge Fallimentare, allo stesso ascritti, in qualità di titolare della omonima impresa individuale.

Avverso la sentenza ricorreva l’imputato, per il tramite del suo difensore, deducendo violazione dì legge e vizio di motivazione in ordine alla responsabilità dell’imputato per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.

In relazione al primo reato, il ricorrente sosteneva che il fatto dovrebbe essere derubricato in quello di bancarotta semplice patrimoniale.

Con riguardo al secondo reato, affermava che sarebbe assente o insufficiente l’accertamento relativo allo scopo perseguito dall’agente, sicché, in difetto di prova del dolo, la mancanza delle scritture contabili integrerebbe soltanto il delitto di bancarotta semplice documentale.

Il Supremo Collegio giudicava dette doglianze inammissibili perché generiche.

Il ricorrente, citando l’elaborazione giurisprudenziale in materia, sintetizzando i punti di suo interesse nella deposizione del curatore e richiamando per estratto la motivazione della sentenza di primo grado, concludeva che, nella specie, in difetto di prova del dolo specifico, ricorrerebbe solo l’ipotesi di bancarotta semplice, integrata dalla omessa tenuta di scritture contabili.

La questione, attinente ala connotazione dell’elemento soggettivo del reato, sorgeva a causa della non precisa formulazione del capo di imputazione che, nella prima parte, sembrava fare riferimento alla fattispecie a dolo specifico, mentre nella successiva descrizione enuclea la fattispecie a dolo generico.

Secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità “in tema di bancarotta fraudolenta documentale, l’occultamento delle scritture contabili, per la cui sussistenza è necessario il dolo specifico di recare pregiudizio ai creditori, consistendo nella fisica sottrazione delle stesse alla disponibilità degli organi fallimentari, anche sotto forma della loro omessa tenuta, costituisce una fattispecie autonoma ed alternativa – in seno all’art. 216, comma primo, n. 2, I. fall. – rispetto alla fraudolenta tenuta di tali scritture, in quanto quest’ultima integra un’ipotesi di reato a dolo generico, che presuppone un accertamento condotto su libri contabili effettivamente rinvenuti ed esaminati dai predetti organi”.

La sentenza impugnata rispondeva alla censura sollevata dall’imputato già con l’atto di appello, fornendo la seguente chiave interpretativa e valutativa: la condotta ascritta all’imputato consiste nella fraudolenta tenuta delle scritture contabili (art. 216 comma 1, n. 2, seconda parte legge fall.); la sussistenza del fatto risulta dalla deposizione del curatore che ha riferito di non essere riuscito a ricostruire, in base alla contabilità in suo possesso, gli affari della società.

L’elemento soggettivo è costituito dal dolo generico.

La Corte di appello rafforza la motivazione aggiungendo che, “anche a voler ritenere contestata la prima parte dell’art. 216 comma 1 n. 2 legge fall. Per omessa tenuta delle scritture contabili, deve certamente ritenersi integrata la finalità di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto e il connesso pregiudizio per la massa dei creditori, stante l’accertato sviamento dei pagamenti che non risultavano annotati sulle scritture contabili”.

I motivi di ricorso non si confrontavano con questa motivazione, non svolgevano alcuna critica argomentata, e venivano giudicati inammissibili in quanto privi della necessaria correlazione con le ragioni poste a fondamento del provvedimento censurato.

La Corte, per i motivi dedotti, dichiarava inammissibile il ricorso e condannava il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.

Cass., Sez. V Penale, 12 Dicembre 2017, n. 8189

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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