Bancarotta fraudolenta dissipativa: ricorre in caso di operazioni senza giustificazione imprenditoriale

Il reato di bancarotta dissipativa ricorre laddove l’operazione compiuta sia clamorosamente priva di qualsiasi giustificazione logica sul piano imprenditoriale, finanziario o patrimoniale, non possedendo alcun elemento di razionalità nell’ottica delle esigenze dell’impresa connesse alla possibilità che l’operazione possa raggiungere risultati positivi.

La Corte d’Appello territoriale confermava la condanna inflitta dal Giudice dell’Udienza Preliminare il quale condannava gli imputati, nella loro qualità di amministratori, per il reato di bancarotta distrattiva e dissipativa dei beni della società dichiarata fallita.

Con i propri motivi di doglianza al Supremo Collegio gli imputati deducevano: il primo la censura per illogicità della motivazione della sentenza, in quanto la Corte d’Appello non teneva conto del fatto che uno degli imputati era stato amministratore solo per un periodo di tempo limitato senza porre in essere alcuna attività gestionale.

Il secondo imputato, invece, lamentava la mancanza di logicità della motivazione della Corte d’Appello in ordine alle ipotesi di “oscure intese” tra il ricorrente e le altre parti contrattuali relative all’acquisizione di un terreno di proprietà di una determinata società

Secondo l’orientamento giurisprudenziale in tema di prova del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione “il mancato rinvenimento, all’atto della dichiarazione di fallimento, di beni e di valori societari, a disposizione dell’amministratore, costituisce, qualora non sia da questi giustificato, valida presunzione della loro dolosa distrazione, probatoriamente rilevante al fine di affermare la responsabilità dell’imputato”. (Cass., n. 8260 del 22/9/2015; n. 7048 del 27/11/2008; n. 3400 del 15/12/2004).

L’imputato, infatti, era stato sì amministratore per un breve periodo di tempo, tuttavia, non aveva trasmesso i beni al Curatore fallimentare, né aveva dimostrato l’utilizzo degli stessi nell’interesse dei creditori.

Con riferimento, invece alla bancarotta per dissipazione, il Supremo Collegio sancisce che “laddove l’operazione compiuta sia clamorosamente priva di qualsiasi giustificazione logica sul piano imprenditoriale, finanziario o patrimoniale, non possedendo alcun elemento di razionalità nell’ottica delle esigenze dell’impresa connesse alla possibilità che l’operazione possa raggiungere risultati positivi” (Cass., n. 12897 del 6/10/1999).

Il ricorrente, infatti, nella sua qualità di amministratore, dotato di un minimo di raziocinio, doveva in comprendere che la corresponsione di una caparra di un milione di euro, contestualmente alla stipula di un contratto preliminare, imponeva l’acquisizione di garanzie in ordine alla regolare conclusione dell’affare, quantomeno provvedendo alla trascrizione del contratto preliminare; e che la violazione dell’accordo da parte del promittente venditore comportava l’insorgenza di un’obbligazione restitutoria di significativo ammontare (il doppio della caparra). Nello scenario creato dall’inadempimento del promittente venditore la società fallita aveva, pertanto, dinanzi a sé una strada maestra per difendersi, facendo valere il diritto alla restituzione della caparra; invece, del tutto immotivatamente e con grave pregiudizio dei creditori la Società provvedeva a porre in essere operazioni rischiose e prive di logica,

Alla luce di quanto ut supra esposto la Corte di Cassazione ha, quindi, statuito che il reato di bancarotta dissipativa ricorre laddove l’operazione compiuta sia clamorosamente priva di qualsiasi giustificazione logica sul piano imprenditoriale, finanziario o patrimoniale, non possedendo alcun elemento di razionalità nell’ottica delle esigenze dell’impresa connesse alla possibilità che l’operazione possa raggiungere risultati positivi.

In ordine, invece, delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione ha sancito che il mancato rinvenimento, all’atto della dichiarazione di fallimento, di beni e di valori societari, a disposizione dell’amministratore, costituisce, qualora non sia da questi giustificato, valida presunzione della loro dolosa distrazione, probatoriamente rilevante al fine di affermare la responsabilità dell’imputato

Con riferimento, quindi, al caso in questione, la Suprema Corte, dichiarava, inammissibili tutti i motivi di doglianza, rigettando così i ricorsi degli imputati.

Cass., Sez. V Penale, 23 Giugno 2017, n. 49020

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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