Ballando in palestra

Con il contributo di quest’oggi ci occupiamo di alcune prerogative della SCF (Società Consortile Fonografici, oggi trasformata in S.r.l.) prendendo spunto da un caso definito lo scorso settembre 2016.

Questo il caso.

L’11 novembre 2014 SCF ottiene un decreto ingiuntivo dal Tribunale di Milano per il pagamento da parte di Promosport S.r.l. (gestore di alcune palestre nelle quali viene diffusa musica d’ambiente) dell’equo compenso per la riproduzione dei fonogrammi ex art. 72 l.d.a. (legge diritto d’autore, Legge 22 aprile 1941, n. 633).

SCF è un soggetto privato che, in forza di apposito mandato ricevuto dai produttori fonografici, si occupa in regime di quasi monopolio della riscossione per loro conto dei compensi ex art. 72 l.d.a. e a cui viene conferito all’uopo anche la legittimazione attiva per l’eventuale recupero delle somme dovute in sede giudiziaria.

In alcune occasioni, SCF, provvede in via anticipata a stipulare un contratto con gli oblati regolando con loro, sulla base del repertorio gestito e del concreto utilizzo dello stesso, importi e scadenze di pagamento. Ciò, ovviamente, riduce notevolmente il contenzioso in quanto viene messo nero su bianco non solo che il contributo è dovuto, ma anche la quantificazione dello stesso.

Ebbene, la  Promosport S.r.l., dopo una prima esecuzione del contratto con la SCF, interrompeva i pagamenti e mandava insoluta una fattura emessa da quest’ultima sull’assunto che il contratto in questione era scaduto nel 2009 e mai rinnovato e non vi era prova dell’effettiva diffusione delle opere gestite.

All’esito del giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo il giudice ha però rigettato la domanda di Promosport concludendo nei seguenti termini:

  • (i) È evidente, sulla base della comune esperienza, che la Promosportr.l. abbia anche dopo la scadenza del contratto continuato ad utilizzare il repertorio gestito dalla SCF. Tale assunto si sarebbe potuto superare solo con la prova contraria fornita da Promosport;
  • (ii) il contratto tra la SCF e la Promosport è legittimo ed efficace in quanto rinnovato. La Promosport, infatti, non essendosi opposta ad un precedente decreto ingiuntivo emesso a favore della SCF proprio sulla base del medesimo contratto, ha di fatto ammesso l’esistenza di quest’ultimo ovvero, in termini tecnici, ha consentito il formarsi del giudicato implicito sui presupposti logico-giuridici alla base dell’accoglimento del ricorso per decreto ingiuntivo. In altri termini, l’autorità di giudicato (c.d. giudicato per implicazione discendente) conseguente al decreto ingiuntivo non opposto copre infatti non solo il dedotto, ma anche il deducibile in relazione al medesimo oggetto, restando così precluse tutte le questioni costituenti il presupposto logico, essenziale ed indefettibile della pronuncia: ovvero proprio l’esistenza ed efficacia del contratto con SCF;
  • (iii) anche se il contratto non fosse efficace per fine durata, ciò nondimeno SCF è legittimata ad agire per la riscossione in quanto la fonte dell’obbligo di pagamento è in ultima analisi la legge (art. 72 l.d.a.) e non il contratto (il quale resta tuttavia utile per stabilire la quantificazione dell’emolumento).

Sebbene la decisione sia ben motivata, apparentemente lineare e giuridicamente fondata, rilevo alcuni passaggi che, forse, avrebbero meritato maggiore considerazione.

Pare innanzi tutto un po’ azzardato sostenere solo sulla base della comune esperienza che la Promosport S.r.l. abbia diffuso brani di repertorio della SCF. Se in tali casi fosse sufficiente la comune esperienza per l’accertamento probatorio, non avrebbero ragione di essere i controlli condotti dagli ispettori della SIAE presso gli esercenti.

Non emerge poi dalla sentenza alcun cenno sulla legittimazione a stare in giudizio di SCF per la difesa dei diritti dei produttori. In difetto di uno specifico mandato processuale, agendo SCF in forza di un mero mandato all’incasso (in rem propriam) e non quale cessionaria dei diritti, non avrebbe legittimazione alcuna per agire in giudizio per la tutela dei diritti altrui.

Anche con riferimento all’ammontare dell’equo compenso, molto ci sarebbe da dire in quanto il «2% degli incassi lordi» stabilito dall’art. 1 del DPCM del 1 settembre 1975 (richiamato da tribunale come parametro e sostegno della pretesa creditoria di SCF), fa riferimento a situazioni del tutto eterogenee; anche casi in cui lo scopo di lucro, pur necessario per l’applicazione della norma, è attenuato (sottofondo ambientale, utilizzo sporadico) e dove l’incasso lordo non è dovuto alla diffusione della musica, quanto ai servizi o prodotti offerti nel medesimo luogo dove la musica è diffusa.

Ma il punto a mio avviso più controverso (e qui ravviso un vizio logico della motivazione) è quello riguardante l’efficacia di giudicato implicito del decreto ingiuntivo non opposto. Pur volendo aderire alla tesi per cui esso travolge e preclude anche le questioni costituenti il presupposto logico, essenziale ed indefettibile della pronuncia (Cass. 7 aprile 2000, n. 4426), è lo stesso giudice di Milano a sostenere che l’obbligo di pagamento è ex lege, non ex contractu. Se ciò è vero – come è – allora il primo decreto ingiuntivo, quello non opposto dalla Promosport, non pregiudica affatto la riconsiderazione dell’efficacia del contratto in quanto, rispetto al credito in vantato da SCF, esso non costituisce affatto «presupposto logico, essenziale ed indefettibile della pronuncia».

Trib. Milano, 26 settembre 2016, n. 10438 (leggi la sentenza)

Francesco Ramponef.rampone@lascalaw.com

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