Azioni dilatorie e pretestuose: arrivano i danni punitivi

A circa un anno di distanza dalla consacrazione nell’ordinamento dei cd. “danni punitivi”, i Giudici della Suprema Corte ritornano sul tema, riconducendo espressamente la sanzione di cui all’art. 96, comma 2, c.p.c. alla citata categoria giuridica.

Con Ordinanza n. 15209 del 12.06.2018, infatti, la Terza Sezione della Corte di Cassazione ha stabilito, inequivocabilmente, che può essere ritenuta sanzionabile per lite temeraria ex art. 96, comma 2, c.p.c. la parte che promuove o resiste in giudizio in assenza di una “plausibile ragione”.

Specificatamente, con la citata Ordinanza, i Giudici di Piazza Cavour  hanno affermato che può costituire abuso del diritto – sanzionabile, pertanto, ex art. 96 c.p.c. – la proposizione di “un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata, o completamente privo di autosufficienza oppure contenente una mera complessiva richiesta di rivalutazione nel merito della controversia, oppure fondato sulla deduzione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, ove sia applicabile, ratione temporis, l’art. 348 ter c.p.c., u.c. che ne esclude la invocabilità”.

La citata pronuncia, che si colloca nel filone di un orientamento giurisprudenziale ormai consolidatosi da tempo, secondo il quale “la temerarietà della lite può essere in concrete circostanze ravvisata nella coscienza dell’infondatezza della domanda (mala fede) o nella carenza della ordinaria diligenza volta all’acquisizione di detta coscienza (colpa grave) e che il relativo accertamento è riservato al giudice del merito ed è incensurabile in sede di legittimità se immune da vizi logici o giuridici” (cfr., ex multis, Cass. Civ. 27534/2014; Cass. Civ. n. 327/2010 e Cass. Civ. n. 13071/2003), assume, tuttavia, carattere di novità, in ragione del diretto richiamo operato dai giudici alla funzione cd. “punitiva” dell’istituto di cui art. 96 c.p.c., ricondotto nell’alveo di quegli strumenti cd. “dissuasivi” introdotti nell’ordinamento al fine ultimo di contrastare il proliferare di “azioni meramente dilatorie e defatigatorie”.

Con l’ordinanza in esame, infatti, la Corte ha integrato il precedente citato orientamento in materia di temerarietà della lite, stabilendo che, ai fini della condanna ex art. 96, comma 2, c.p.c., non è richiesto il previo accertamento “del dolo o della colpa grave, bensì di una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di abuso del processo”, come aver agito o resistito “nell’evidenza di non poter vantare alcuna plausibile ragione”.

Per la prima volta, invero, sulla scia della nota pronuncia delle Sezioni Unite n. 16601/2017, la Suprema Corte ha riconosciuto, esplicitamente, alla condanna per lite temeraria una “funzione sanzionatoria” volta a “contenere il fenomeno dell’abuso del processo”, espressione della fattispecie dei cd. “punitive (o exemplary) damages”, che ha progressivamente fatto ingresso nel nostro ordinamento.

La portata novativa dell’Ordinanza n. 15209 del 12.06.2018, tuttavia, non si esaurisce con la “valorizzazione della sanzionabilità dell’abuso dello strumento giudiziario”, finalizzata al contenimento della “dispersione delle risorse per la giurisdizione”, ma trova più alta espressione nel richiamo formale dei Giudici al “ceto forense”, chiamato a svolgere una funzione di “primo filtro valutativo – rispetto alle azioni ed ai rimedi da promuovere”, che si traduce – nella sostanza – in una valutazione complessiva preliminare dell’opportunità dell’azione promuovenda oltre, naturalmente, al bilanciamento degli interessi del proprio assistito con quelli propri del sistema giudiziario.

Cass., Sez. III Civ., 12 giugno 2018, ordinanza n. 15209

Filippo Angonese – f.angonese@lascalaw.com

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