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Articolo 18, no al referendum la Corte si spacca, finisce 8 a 5

La Consulta si divide sull’articolo 18 e sul referendum della Cgil. Lo boccia, mentre promuove quelli su voucher e appalti. Ma la votazione clou è quella sui licenziamenti. Tra i 13 giudici presenti finisce 8 a 5. Vince il fronte dell’ex ministro Giuliano Amato. Con lui Augusto Barbera, Giorgio Lattanzi, Daria de Pretis, Giulio Prosperetti, Marta Cartabia, Giancarlo Coraggio, Mario Rosario Morelli. Perde la giuslavorista Silvana Sciarra che, come spesso avviene alla Corte quando la propria tesi risulta sconfitta, rinuncia a scrivere le motivazioni dell’ordinanza. A farlo sarà Giorgio Lattanzi, noto giurista ed ex presidente della sesta sezione penale della Cassazione. Ma Sciarra può annoverare sulla sua tesi dell’ammissibilità del referendum il prestigioso voto del presidente della Consulta Paolo Grossi, e quello di Nicolò Zanon, il costituzionalista indicato dall’ex presidente Napolitano che sarà relatore sull’Itali-cum. Con lei votano anche Franco Modugno e Aldo Carosi.
Ovviamente la reazione della Cgil è indignata. Novanta minuti dopo la notizia del no la segretaria Susanna Camusso annuncia che il sindacato «valuterà tutte le possibilità per ristabilire i diritti, compreso il ricorso alla Corte europea». All’opposto plaude alla «saggezza della Corte» l’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero.
Per i giudici della Consulta sicuramente è stata una giornata da ricordare, come quel 30 aprile 2015 quando finì 6 a 6 sul prelievo delle pensioni. Allora vinse la relatrice Sciarra, Amato perse, e fu determinante l’ex presidente Alessandro Criscuolo. Una tensione forte come lo sarà sicuramente quella di martedì 24 gennaio quando i giudici dovranno decidere la sorte dell’Italicum. Dei 15 giudici previsti dalla Carta ce n’erano 13. Dimissionario Giuseppe Frigo. Assente per ragioni di salute Criscuolo. Novanta minuti di camera di consiglio con le parti. Senza pubblico né stampa. Il palazzo blindato agli estranei. Il vice avvocato generale dello Stato Vincenzo Nunziata si schiera per l’inammissibilità dei tre referendum, in particolare di quello sull’articolo 18 perché «manipolativo e propositivo ». Gli avvocati della Cgil ne chiedono la piena ammissibilità. Alle 11 e trenta i 13 giudici si chiudono nella camera di consiglio segreta. Ne escono alle 14 con il verdetto in mano, dopo un giro di tavolo in cui tutti hanno espresso la propria opinione e dopo un voto che ha diviso nettamente chi voleva ammettere il referendum ritenendolo puramente abrogativo e chi invece, all’opposto, lo giudicava manipolativo. Silvana Sciarra, l’allieva di Gino Giugni, gioca le sue carte. Cita i precedenti della stessa Corte che permetterebbero, a suo avviso, di approvare il quesito della Cgil, comprese quelle righe finali, il comma 8, il vero oggetto dello scontro, con cui si estende la possibilità di ricorrere contro i licenziamenti anche per le imprese con più di 5 dipendenti e non 15. Con lei i costituzionalisti Zanon e Modugno. Ma soprattutto il presidente Grossi. Ma gli interventi, uno dopo l’altro, rivelano che i numeri stavolta giocano contro Sciarra. Amato sostiene la tesi del quesito da bocciare perché introduce una norma che non esiste nel nostro ordinamento. Con lui la vice presidente Cartabia, allieva di Valerio Onida, e i il costituzionalista Barbera. Con lui anche Daria de Prestis, ex rettore dell’università di Trento. Per il no il giuslavorista Prosperetti, che incassa il sì per i voucher, come il giudice Morelli che ottiene quello sulla responsabilità del committenti per gli appalti. “Pesante” il voto di Lattanzi, il futuro relatore, considerato un fine giurista. Adesso la Corte ha davanti due scadenze, l’ordinanza sull’articolo 18, entro il 10 febbraio, e il confronto sull’Italicum del 24. Sempre a ranghi ridotti perché di certo il Parlamento non riuscirà a scegliere il giudice mancante. Ieri la prima fumata nera.

Liana Milella

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