Revocatoria fallimentare e pegno: il credito va ammesso al chirografo

Qualora a seguito del positivo esperimento di un’azione revocatoria fallimentare, il creditore pignoratizio che abbia escusso la garanzia, incamerando il ricavato della vendita di titoli ottenuti in pegno, sia condannato a restituirne l’importo, lo stesso ha diritto ad insinuarsi al passivo solo in via chirografaria nella misura del pagamento revocato, senza che possa rivivere l’originaria garanzia, dal momento che il credito che può essere insinuato ai sensi dell’art. 70, comma 2, l. fall. non è quello originario, ma un credito nuovo che nasce dall’effettiva restituzione e trova fonte direttamente nella legge.

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto da una Banca che, dopo aver subito azione revocatoria ex art. 67 l.f. in relazione all’incameramento del prezzo di vendita dei titoli ricevuti in pegno da una società poi fallita, si era vista rigettare con decreto del Tribunale di Padova la richiesta di ammissione al passivo con prelazione pignoratizia sul denaro restituito.

Il giudice delegato aveva ammesso il credito della Banca al chirografo, basandosi da un lato sul principio, espresso dall’art. 2787, comma 2, c.c., per cui “la prelazione non può farsi valere se la cosa data in pegno non è rimasta in possesso del creditore” e, dall’altro, su una pronuncia Corte di Cassazione a Sezioni Unite che aveva sancito la natura “distributiva” dell’azione revocatoria fallimentare, il cui obiettivo è ristabilire la par condicio creditorum violata da atti di disposizione dei beni del fallito, quand’anche fossero destinati a soddisfare creditori privilegiati (Cass. SS.UU., 28 marzo 2016, n. 7028).

Con il primo motivo di ricorso, l’Istituto di credito denunciava la violazione e falsa applicazione degli artt. 70 comma 2 l.f., 2787 comma 2 c.c. e 5 d.lgs. 170/2004, in quanto il decreto impugnato non aveva ritenuto applicabile alla fattispecie concreta la normativa della legge sulle c.d. garanzie finanziarie e in particolare l’art. 5 del d.lgs. 170/2004, dal quale si sarebbe potuta evincere la “ontologica possibilità della garanzia finanziaria (nella specie, il pegno) di trasferirsi sul denaro ricavato dalla vendita dei titoli che ne formavano originariamente l’oggetto”. Da tale ontologica possibilità, secondo la ricorrente, discende infatti l’applicabilità in via analogica della norma, che fa riferimento all’ipotesi di titoli originariamente dati in pegno con altri, alla fattispecie concretamente in oggetto, nella quale i titoli ricevuti in pegno non sono stati sostituiti, ma venduti.

Con il secondo motivo di ricorso, invece, la Banca lamentava la violazione e falsa applicazione dell’art. 70 comma 2 l.f. in relazione agli artt. 111 bis e 111 ter l.f., stante la natura ridistributiva dell’istituto della revocatoria fallimentare, la cui applicazione comporta la riviviscenza del credito originario e, come corollario, la riviviscenza delle garanzie accessorie a tale credito. Secondo la ricorrente, l’unico effetto dell’azione dovrebbe essere quello di destinare la somma revocata alla soddisfazione dei creditori aventi ragioni di prelazione superiori o pari rispetto a quelle del creditore che subisce la revocatoria. Diversamente, si creerebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra il creditore pignoratizio che ha escusso la propria garanzia, vendendo i titoli ricevuti in pegno, e i creditori pignoratizi che hanno ritenuto di attendere gli esiti della procedura concorsuale.

I giudici di legittimità, nel ritenere infondati entrambi i motivi di ricorso, hanno anzitutto precisato come la pronuncia impugnata abbia correttamente messo in evidenza la differenza strutturale tra l’ipotesi di sostituzione “rotativa” dei beni dati in pegno, cui fa riferimento l’art. 5 d.lgs. 170/2004, e l’ipotesi del caso di specie, nel quale si è verificata una vera e propria escussione della garanzia pignoratizia, che in quanto tale è incompatibile con la prosecuzione della garanzia medesima. Infatti, l’escussione costituisce l’atto finale della garanzia e, pertanto, pone fine all’esistenza stessa di quest’ultima.

Né, secondo la Suprema Corte, si può configurare una violazione dell’art. 70, comma 2, l.f., atteso che la norma è chiara nell’indicare che il diritto di insinuarsi al passivo del creditore revocato nasce non da una reviviscenza delle garanzie a servizio del credito originario, ma dall’effettiva restituzione di quanto revocato. Si tratta dunque di un credito nuovo, che ha direttamente fonte della legge e che, seppur successivo alla sentenza dichiarativa, viene eccezionalmente ammesso al concorso per ragioni di equità distributiva.

Infine, la Corte di Cassazione ha ritenuto infondata l’argomentazione della ricorrente, secondo cui, a seguito della revocatoria fallimentare, è “come se” l’atto revocato non fosse mai stato posto in essere. Infatti, l’asserita disparità di trattamento tra i creditori pignoratizi viene superata dal rilievo fondamentale, sviluppato dal Tribunale di Padova sulla base della pronuncia di Cass., 26 febbraio 2010, n. 4785, per cui “l’effetto pernicioso resta eziologicamente imputabile al mancato rispetto delle regole di protezione della par condicio creditorum; e, prima ancora, all’emissione di un’iniziativa giudiziale per l’estromissione dell’imprenditore dal mercato, su iniziativa del creditore (tanto più se, a sua volta, imprenditore qualificato, come un istituto bancario) consapevole della sua insolvenza, per evitare l’aggravamento del danno collettivo”.

Pertanto, nella fattispecie in esame i Giudici di legittimità hanno rigettato integralmente il ricorso, confermando il decreto del Tribunale di Padova che aveva ammesso il credito della Banca al chirografo.

Cass., Sez. VI Civ., 5 ottobre 2018, n. 24627

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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