Requisiti dimensionali per il fallimento dell’impresa individuale: il valore dei bilanci di esercizio

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dal titolare di una ditta individuale avverso la sentenza della Corte d’appello di Napoli avente ad oggetto la sussistenza dei presupposti per il fallimento dell’impresa individuale da questi esercitata.

In particolare, la Corte di merito aveva rilevato da un lato come le dichiarazioni dei redditi fiscali prodotte dal ricorrente non fossero idonee a rappresentare compiutamente lo stato patrimoniale dell’imprenditore, dovendosi preferire le risultanze dei bilanci di esercizio dell’ultimo triennio, e dall’altro come, nonostante il creditore istante avesse fatto valere un credito di importo inferiore a Euro 30.000, dall’istruttoria prefallimentare fosse emersa la sussistenza di una massa creditoria notevolmente superiore, nel suo complesso, alla soglia dimensionale minima prevista per il fallimento.

Con il primo motivo di ricorso, l’imprenditore denunciava la violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 15, ultimo comma, l.f. e degli artt. 2082 e 2214 c.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., in quanto la sentenza impugnata aveva fatto riferimento unicamente ai bilanci di esercizio dell’impresa, ritenendo irrilevante la produzione da parte del ricorrente delle dichiarazioni dei redditi relative al triennio precedente all’istanza di fallimento, con le quali egli sosteneva di aver dimostrato per tabulas di rientrare nei limiti segnati dai primi due presupposti indicati dalla legge in relazione all’attivo patrimoniale e al montante complessivo dei debiti.

Con il secondo motivo di ricorso, invece, l’imprenditore lamentava la violazione e falsa applicazione dell’art. 6 l.f. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., atteso che il creditore che aveva preso l’iniziativa per la dichiarazione di fallimento vantava una pretesa inferiore alla soglia di Euro 30.000 fissata dall’art. 15 l.f. Da tale constatazione, il ricorrente traeva la conseguenza che la Corte napoletana avesse avallato di fatto una procedura concorsuale aperta d’ufficio dal Tribunale di Nola, poiché ai fini della fallibilità dell’impresa andava considerato il solo importo azionato dal creditore istante.

I giudici di legittimità, nel ritenere infondati entrambi i motivi di ricorso, hanno anzitutto precisato come i bilanci di esercizio dei tre anni anteriori alla sentenza dichiarativa rappresentano, per la materia qui di interesse, uno strumento di prova “privilegiato”, senza per questo dar vita, tuttavia, ad alcuna forma di onere esclusivo. Infatti, come si evince dalla lettera dell’art. 2423, comma 2, c.c., la funzione specifica e propria di tale documento contabile è proprio quella di rappresentare la “situazione patrimoniale e finanziaria” dell’impresa.

Tuttavia, chiarisce la Cassazione, ciò non implica l’impossibilità di utilizzare strumenti probatori alternativi, anche in via di sostituzione, dal momento che l’art. 1 l.f., nel determinare i requisiti di fallibilità dell’impresa, non fa alcuna parola del documento di cui al bilancio di esercizio, indicando espressamente come la sussistenza di tali presupposti possa risultare in qualunque modo. La ratio della scelta di sottrarre al fallimento gli imprenditori in possesso dei tre requisiti indicati dal comma 2 dell’art. 1 legge fall., infatti, è quella di esentare dal concorso le crisi di impresa di modeste dimensioni oggettive, in un’ottica deflattiva del tutto indipendente da valutazioni sulla corretta tenuta delle scritture contabili.

Nel caso di specie, la Cassazione rileva come la Corte d’appello non avesse sostenuto l’irrilevanza generale e compiuta delle dichiarazioni dei redditi prodotte dal ricorrente rispetto ai bilanci, né tantomeno avesse preteso la produzione di bilanci di esercizio non sussistenti. Al contrario, la Corte territoriale si era limitata a constatare, motivandola in modo puntuale, la non idoneità della documentazione relativa alle dichiarazioni dei redditi rispetto al presupposto di cui all’art. 1, comma 2, lett. c, l.f. relativo al montante complessivo dei debiti a carico dell’impresa.

Né, secondo la Suprema Corte, si può configurare una violazione dell’art. 6 l.f., atteso che, secondo la chiara dizione dell’art. 15, comma 9, l.f., “non si fa luogo alla dichiarazione di fallimento se l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dall’istruttoria è complessivamente inferiore a Euro trentamila”. Di contro, l’accertamento della complessiva situazione debitoria del ricorrente aveva mostrato come l’esposizione del ricorrente superasse abbondantemente la soglia fissata dall’art. 1, comma 2, lett. c, l.f. Tale rilievo, oltre a non essere in ogni caso rivedibile in sede di legittimità, era del tutto evidente dalla mera analisi delle allegazioni del giudizio.

Pertanto, nella fattispecie in esame i Giudici di legittimità hanno rigettato integralmente il ricorso, confermando la sentenza della Corte d’appello di Napoli che aveva accertato la sussistenza dei presupposti per il fallimento della ditta individuale di titolarità del ricorrente.

Cass., sez. I civ., 26 novembre 2018, n. 30541 (leggi la sentenza)

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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