Liquidazione equitativa del danno: si, con le giuste allegazioni

Il fatto che nell’azione di responsabilità promossa dal Curatore a norma dell’art. 146, comma 2, l.f. il giudice possa ricorrere alla liquidazione equitativa del danno, nella misura corrispondente alla differenza tra il passivo accertato e l’attivo liquidato in sede fallimentare, non implica l’applicazione in via automatica di un criterio di meccanica commisurazione di esso all’entità della differenza tra le predette grandezze patrimoniali, ma è necessario che l’attore abbia allegato gli inadempimenti dell’amministratore almeno astrattamente idonei a porsi come causa del danno lamentato.

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso proposto dall’amministratore unico di una società fallita avverso la sentenza della Corte d’Appello di Milano che aveva accolto la domanda proposta dal Fallimento di risarcimento dei danni derivanti dalla mala gestio della società stessa.

La Corte di merito aveva ritenuto corretta l’interpretazione del Tribunale di Varese, che aveva liquidato il danno applicando un criterio differenziale, basato sulla valutazione dello sbilanciamento tra il passivo e l’attivo della società accertati in sede fallimentare. Ciò in quanto da un lato le scritture contabili non consentivano di ricostruire in modo puntuale gli effetti pregiudizievoli derivanti dalle condotte contestate all’amministratore unico, dall’altro la rapidità con cui si era prodotto il deficit della società rendeva plausibile imputare interamente il dissesto a tali condotte.

La convenuta, con il primo, il terzo e il quarto motivo di ricorso, denunciava la violazione e falsa applicazione degli artt. 2393 e 2394 c.c., in quanto la sentenza impugnata aveva ritenuto senz’altro applicabile il criterio differenziale per il calcolo del danno risarcibile, senza che tuttavia fosse stato correttamente accertato il nesso di causalità tra la condotta illecita dell’amministratrice e i danni che le si volevano imputare. La ricorrente sottolineava, a tale proposito, come competesse alla Curatela fornire la prova di tale nesso di causalità, anche in considerazione del fatto che ella aveva rivestito la carica di amministratore unico solo per una parte del periodo in cui era maturato il deficit in oggetto.

I giudici di legittimità, nel ritenere fondati i detti motivi di ricorso, hanno ribadito l’orientamento sancito dalle Sezioni Unite con la sentenza del 6 maggio 2015, n. 9100, secondo cui una correlazione tra le condotte dell’organo amministrativo e il pregiudizio patrimoniale dato dall’intero deficit patrimoniale della società fallita può prospettarsi soltanto per quelle violazioni del dovere di diligenza nella gestione dell’impresa così generalizzate da far pensare che proprio in ragione di esse l’intero patrimonio sia stato eroso e si siano determinate le perdite registrate dal curatore, o comunque per quei comportamenti che possano configurarsi come la causa stessa del dissesto sfociato nell’insolvenza.

Sul punto, la Corte ha inoltre chiarito come il criterio basato sulla mera differenza tra il passivo e l’attivo accertati in sede fallimentare possa essere utilizzato quale parametro per una liquidazione equitativa solo a condizione che il ricorso ad esso sia logicamente plausibile in ragione delle circostanze del caso concreto, e a condizione che l’attore abbia allegato un inadempimento dell’amministratore almeno astrattamente idoneo a porsi come causa del danno lamentato, indicando le ragioni che hanno impedito l’accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta dell’amministratore medesimo.

Di talché, al fine di applicare detto principio, occorre non soltanto accertare come la documentazione sociale impedisse di ricostruire con sufficiente puntualità la dinamica eziologica del danno occorso, fatto che la Corte d’Appello di Milano aveva correttamente valutato, ma anche verificare se le allegazioni della curatela fossero o meno idonee, almeno in astratto, a dare ragione di tale circostanza.

Pertanto, nella fattispecie in esame i Giudici di legittimità hanno cassato la sentenza con rinvio, in quanto, sulla base delle risultanze in atti, la Corte di merito aveva del tutto omesso il suddetto accertamento.

Cass., Sez. I Civ., 16 luglio 2018, n. 24103

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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