La liberazione del capitale sociale mediante criptovalute

La sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Brescia, con decreto del 18 luglio 2018, si è interrogata su quali requisiti debba avere una criptovaluta per essere utilizzata a liberazione di un aumento di capitale sociale.

La vicenda da cui il Tribunale trae le mosse riguarda il diniego all’iscrizione nel Registro delle Imprese espresso da un Notaio innanzi ad una delibera con cui un socio intendeva liberare un aumento di capitale sociale mediante un conferimento in natura di criptovaluta.

In particolare, il rifiuto del Notaio era motivato dal fatto che le criptovalute, stante la loro volatilità, “non consentono una valutazione concreta del quantum destinato alla liberazione dell’aumento di capitale sottoscritto” né di valutare l’effettività del conferimento.

Il Tribunale bresciano, dopo aver chiarito in via preliminare come non fosse propria intenzione mettere in discussione l’idoneità della categoria delle criptovalute a costituire elemento di conferimento in natura, si è focalizzato sulle caratteristiche che devono avere le singole criptovalute per essere conferite in società.

In particolare ha evidenziato come queste:

  • debbano essere idonee ad essere oggetto di valutazione economica in un dato momento storico;
  • debbano avere un mercato di riferimento, elemento questo certamente necessario per procedere a qualsivoglia attività valutativa e che impatta sulla velocità di conversione della criptovaluta in denaro contante;
  • debbano essere idonee ad essere aggredite dai creditori sociali, ovverosia idonee ad essere oggetto di esecuzione forzata.

Tanto chiarito, il Tribunale ha confermato l’impossibilità di conferire in società la singola criptovaluta oggetto di valutazione, essendo questa ancora in fase embrionale tanto da non essere ancora presente in “alcuna piattaforma di scambio tra criptovalute ovvero tra criptovalute e monete aventi corso legale, con la conseguente impossibilità di fare affidamento su prezzi attendibili in quanto discendenti da dinamiche di mercato”.

Di contro, da quanto dichiarato dalla parte ricorrente, risultava poi come l’unico mercato nel quale operava la criptovaluta fosse ”costituito da una piattaforma dedicata alla fornitura di beni e servizi .. riconducibile  (..) ai medesimi soggetti ideatori della criptovaluta, nel cui ambito (invero assai ristretto) funge da mezzo di pagamento accettato: ne deriva, dunque, un carattere prima facie autoreferenziale dell’elemento attivo conferito, incompatibile con il livello di diffusione e pubblicità di cui deve essere dotata una moneta virtuale che aspira a detenere una presenza effettiva sul mercato”.

Per tali ragioni il Tribunale ha quindi respinto il ricorso, non avendo la criptovaluta in esame i requisiti minimi per essere considerata un bene suscettibile in concreto di una valutazione economica attendibile.

Tribunale di Brescia, 18 luglio 2018 (leggi il decreto)

Matteo Marciano – m.marciano@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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