Imprenditore sì…ma anche consumatore

La qualifica di imprenditore o professionista non esclude l’applicabilità alla persona fisica della normativa vigente in tema di tutela del consumatore. Tale disciplina è tuttavia applicabile solo a patto che il soggetto abbia stipulato il contratto per soddisfare esigenze estranee all’esercizio della sua attività, quindi attinenti alla sua vita quotidiana personale o familiare. È quanto stabilito dalla Suprema Corte con ordinanza del 30 novembre 2018.

Il caso in oggetto trae origine dall’azione proposta da un imprenditore nei confronti della propria compagnia assicuratrice. L’attore, assicurato contro il furto di un veicolo commerciale, domandava il risarcimento dall’assicurazione che, però, respingeva la domanda giudiziale facendo valere la clausola contrattuale secondo la quale la liquidazione dei danni si sarebbe dovuta realizzare mediante accordo tra le parti, oppure, in mancanza di convenzione mediante perizia contrattuale con conseguente rinuncia temporanea alle azioni giudiziarie nascenti dal contratto.

I giudici di prime cure e la Corte d’Appello rigettavano la domanda attorea ritenendo valida ed efficace tale clausola. Si evidenziava, inoltre, che tale clausola era stata espressamente sottoscritta dall’imprenditore e che lo stesso, assumendo la veste di contraente commerciante /imprenditore ed avendo effettivamente acquistato il veicolo per lo svolgimento di tale attività, non aveva diritto all’applicabilità della normativa sulla tutela del consumatore. L’imprenditore proponeva ricorso per Cassazione.

La Terza sezione Civile della Corte di Cassazione riteneva infondati tutti i motivi di gravame e con l’ordinanza in commento ribadiva gli ormai rodati percorsi argomentativi circa l’applicabilità della disciplina del consumatore alle persone fisiche che esercitano attività imprenditoriale o professionale.

I Giudici in primo luogo osservavano che non vi sono dubbi in merito alla circostanza che l’imprenditore aveva stipulato la polizza in questione in veste di imprenditore. Era stata infatti indicata la partita IVA.

In seconda istanza la Suprema Corte affermava che “l’invocazione da parte del ricorrente della applicazione della disciplina consumeristica al piccolo imprenditore in ragione della ricorrenza di un asserito “squilibrio informativo e della posizione di sudditanza contrattuale che riveste e caratterizza tutta la normativa in materia” si scontra con la scelta del legislatore di non equiparare al consumatore le piccole imprese e quelle artigiane: scelta che ha superato anche il vaglio di costituzionalità (Corte Cost. 22/11/2002, n. 469)” e “contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, la clausola n. 23, insieme con altre sei ritenute vessatorie e come tali da sottoporre alla disciplina di cui agli artt. 1341 e 1342 c.c., è stata indicata separatamente ed autonomamente rispetto alle altre clausole. Non avendo la compagnia di assicurazioni richiamato in blocco né tutte le condizioni generali, né una parte di esse, ma solo un numero contenuto di clausole tutte ritenute vessatorie con l’indicazione della corrispondente rubrica che ne indicava sinteticamente il contenuto – sette su un consistente numero di clausole integranti le condizioni generali e speciali di polizza – risulta soddisfatta la ratio dell’art. 1341 c.c., perché può dirsi adeguatamente richiamata l’attenzione dell’aderente sul suo contenuto (argomentando a contrario rispetto a Cass. 09/07/2018, n.17939; Cass. 12/10/2016, n. 20606; Cass. 03/11/2014, n. 24193)

Alla luce di tali orientamenti, la Suprema Corte rigettava il ricorso e affermava l’operatività della clausola contrattuale ritenuta erroneamente vessatoria da parte dell’imprenditore.

Cass., Sez. III Civ., 30 novembre 2018, ordinanza n. 31014

 Emanuele Varenna – e.varenna@lascalaw.com

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