Compensi dell’amministratore: possibile la rinuncia tacita, se inequivoca

La Suprema Corte nella sentenza in esame si è pronunciata sul tema del compenso dell’amministratore, sancendo che quest’ultimo può rinunciare a quanto spettantigli, sia espressamente che tacitamente, a patto che la volontà di remissione sia inequivoca.

Di converso, un comportamento meramente omissivo non può integrare gli estremi di una rinuncia tacita.

E’ innanzi tutto opportuno rilevare che, secondo i principi del sistema vigente, quello di amministratore di società è un contratto che la legge presume a titolo oneroso.

Pertanto, non è possibile ritenere che il diritto a percepire il compenso rimanga subordinato a una richiesta che l’amministratore rivolga alla società amministrata durante lo svolgimento del relativo incarico.

Infatti, come correttamente precisato dalle recente giurisprudenza della Suprema Corte, “con l’accettazione della carica, l’amministratore di società acquisisce il diritto a essere compensato per l’attività svolta in esecuzione dell’incarico affidatogli” (Cass., 21 giugno 2017, n. 15382).

Conseguentemente, un’eventuale gratuità dell’incarico può derivare unicamente da una apposita previsione dello statuto della società interessata o da una specifica clausola del contratto di amministrazione.

Naturalmente ciò non toglie che, una volta instaurato il rapporto, l’amministratore possa rinunciare al compenso spettantigli, proprio in considerazione del carattere disponibile di tale diritto.

L’effettivo esercizio di una simile facoltà deve essere inquadrato nello schema generale della remissione del debito, di cui alle norme degli artt. 1236 c.c. e ss., con l’applicazione delle relative regole.

Nel caso in esame, la Corte territoriale aveva ravvisato la sussistenza di una rinuncia al compenso da parte dell’amministratore in ragione del suo asserito “comportamento concludente” (c.d. rinuncia tacita).

Giova ricordare che, di per sé, una simile eventualità non è preclusa dalla normativa della remissione del debito, così come quest’ultima viene ricostruita dal consolidato orientamento della Corte di Cassazione.

E’ tuttavia doveroso precisare che, per qualificare nei termini di una rinuncia un comportamento non sorretto da scritti o da parole o da altri codici semantici qualificati, occorre comunque che lo stesso faccia emergere una volontà oggettivamente e propriamente incompatibile con quella di mantenere in essere il diritto (in tal senso, tra le altre, Cass., 14 luglio 2006, n. 16125).

Diversamente, nel caso di specie, la Corte territoriale aveva assegnato valore di rinuncia a un comportamento meramente omissivo, integrato dalla circostanza che l’amministratore non aveva richiesto il pagamento del suo compenso durante lo svolgimento dell’incarico e neppure nell’anno successivo.

Tuttavia, secondo l’orientamento della giurisprudenza della Suprema Corte, un comportamento meramente omissivo non può integrare gli estremi di una rinuncia tacita, valida ed efficace ai sensi dell’art. 1236 c.c..

Ciò in quanto tale comportamento è in sé stesso tutt’altro che inequivoco, risultando anzi particolarmente ambiguo.

La Corte di Cassazione prosegue argomentando che la mera inerzia ravvisata nel caso in esame ben potrebbe esprimere una semplice tolleranza del creditore (come radicata nei più vari motivi) o anche riflettere una situazione di pura disattenzione.

In conclusione la Suprema Corte, nel confutare definitivamente la ricostruzione operata dalla Corte territoriale, sottolinea come sul piano oggettivo venga comunque ad imporsi una constatazione decisiva: annettere rilevanza alla mera inerzia del creditore significherebbe, in buona sostanza, ridurre indebitamente il termine fissato dalla legge per la prescrizione del diritto.

Cassazione civile, sez. VI, 03/10/2018, n. 24139 (leggi la sentenza)

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

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