Bancarotta patrimoniale: la manomissione del bene in leasing determina la distrazione 

In caso di condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale, la manomissione del bene in leasing determina distrazione non del bene medesimo ma dei diritti esercitabili al termine del contratto.

La Corte d’Appello confermava la sentenza di condanna emessa dal Tribunale territoriale per i reati di bancarotta patrimoniale e documentale, aggravati ai sensi dell’art. 219 comma 2 n. 1 I. fall.. Avverso la predetta sentenza proponeva ricorso l’imputato, per mezzo del suo difensore, affidando la sua impugnativa a ben cinque motivi di doglianza. Tra questi lamentava la sussistenza di un vizio di erronea applicazione della legge penale e un vizio argomentativo in relazione alla contestazione della bancarotta patrimoniale distrattiva in quanto, sulla scorta delle dichiarazioni rese dal curatore fallimentare e cristallizzate nella relazione ex art. 33 I. fall., non era ipotizzabile una distrazione penalmente rilevante atteso che lo stesso curatore aveva evidenziato che i beni oggetto dei contratti di leasing non rinvenuti non sarebbero stati comunque acquisiti al patrimonio fallimentare per antieconomicità dell’opzione di subentro e dunque alcun pregiudizio economico era rinvenibile nel mancato ritrovamento dei predetti beni.

La Suprema Corte non riteneva fondato tale motivo di doglianza posto che, secondo consolidato orientamento ”in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale ed in caso di bene pervenuto all’impresa a seguito di contratto di “leasing”, qualsiasi manomissione del medesimo che ne impedisca l’acquisizione alla massa integra il reato determinando la distrazione dei diritti esercitabili dal fallimento con contestuale pregiudizio per i creditori a causa dell’inadempimento delle obbligazioni assunte verso il Invero, quel che rileva, al fine di verificare l’integrazione del reato distrattivo, è la disponibilità di fatto, in capo all’utilizzatore, dei beni successivamente distratti, considerato che, comunque, la sottrazione del bene comporta un pregiudizio per la massa fallimentare che viene gravata dell’onere economico derivante dall’inadempimento dell’obbligo di restituzione”.

Quello che rileva è la manomissione da parte dell’utilizzatore, tale da impedire l’acquisizione del bene alla massa, che comporta la distrazione non del bene medesimo, bensì dei diritti esercitabili dal fallimento al termine del contratto, determinando altresì per i creditori il pregiudizio derivante dall’inadempimento delle obbligazioni verso il concedente.

Altro principio di diritto sancito dal Supremo Collegio è quello secondo cui “in materia di bancarotta fraudolenta, nella nozione di beni appartenenti al fallito rientrano le cose oggetto del diritto di proprietà, dei diritti “immateriali”, i crediti, ma non quei beni che non siano mai entrati nel di lui patrimonio. Non sono beni dell’imprenditore quelli che sono nella sua limitata disponibilità, per averli egli ricevuti a titolo diverso dalla traslatio dominii (locazione, comodato, deposito) e che, quindi, non sono mai usciti dal patrimonio del dominus. Di conseguenza non è condotta sanzionabile come bancarotta fraudolenta l’atto di disposizione di beni mai entrati nel patrimonio dell’imprenditore, perché a lui pervenuti attraverso un negozio giuridico affetto da anomalia genetica, non idoneo, quindi, al trasferimento della proprietà”.

La mera disponibilità di fatto del bene oggetto di contratto di leasing postula pur sempre l’avvenuta consegna del bene oggetto del contratto medesimo. Verificatosi tale indefettibile presupposto, pertanto, la relativa appropriazione da parte del fallito integra distrazione, in quanto la sottrazione o la dissipazione del bene comporta un pregiudizio per la massa fallimentare che viene privata del valore dello stesso, che avrebbe potuto essere conseguito mediante riscatto al termine del rapporto negoziale e, contemporaneamente, viene gravata di ulteriore onere economico scaturente dall’inadempimento dell’obbligo di restituzione.

La Corte rigettava (anche) per tale motivo il ricorso condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Cass., Sez. V Penale, 17 Aprile 2018, n. 21933

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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