Bancarotta: l’attività del curatore non è ispettiva o di vigilanza

Le dichiarazioni che il soggetto fallito rende al curatore non sono soggette alla disciplina di inutilizzabilità dell’art. 63 comma 2° c.p.p., posto che il curatore, pur essendo un pubblico ufficiale, non rientra tra le categorie indicate dalla norma in esame, che annovera soltanto l’autorità giudiziaria e la polizia giudiziaria.

La Corte territoriale confermava la sentenza emessa dal Tribunale che aveva riconosciuto gli imputati, amministratori l’uno di diritto l’altro di fatto, colpevoli dei delitti di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale per distrazione e occultamento di vari beni della società fallita, condannandoli alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni in favore della parte civile.

Avverso la sentenza di condanna gli imputati proponevano ricorso per cassazione, con cui denunciavano, tra i diversi motivi, inosservanza della legge penale e vizi di motivazione. Secondo tale specifico motivo di doglianza, la sentenza impugnata si basava in maniera decisiva sulle dichiarazioni rese al curatore dal penultimo amministratore della fallita e coimputato (che ha evitato di presentarsi al dibattimento), nonché dal ricorrente, dichiarazioni inutilizzabili in quanto anche alla testimonianza del curatore e alle dichiarazioni a lui rese va applicata la regola di esclusione di cui all’art. 62 c.p., sicché si tratta di dichiarazioni acquisite in violazione degli artt. 62, 63, 526 c.p. e 220 disp. att. c.p.; il divieto de relato riguarda le dichiarazioni rese nel corso di un’inchiesta amministrativa dalla persona successivamente indagata e a maggior ragione le dichiarazioni a carico di altri.

La norma oggetto della lamentata violazione disciplina le dichiarazioni c.d. indizianti: l’autorità procedente all’esame di persona non imputata o non indagata che rende delle dichiarazioni da cui emergono indizi di reità a suo carico, deve interrompere l’esame avvertendola che a seguito di tali dichiarazioni potranno essere svolte indagini nei suoi confronti e deve invitarla a nominare un difensore di fiducia. Dette dichiarazioni non possono essere utilizzate nei confronti della persona che le ha rese e se doveva essere sentita sin dall’inizio in qualità di imputato o di indagato, le sue dichiarazioni non possono essere utilizzate.

La censura in oggetto viene considerata inammissibile dal Supremo Collegio in quanto il costante indirizzo della giurisprudenza di legittimità ritiene che le dichiarazioni rese dal fallito al curatore non siano soggette alla disciplina di cui all’art. 63, comma 2, c.p.p., posto che il curatore non appartiene alle categorie indicate da detta norma e la sua attività non può considerarsi ispettiva o di vigilanza ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 220 disp. coord. c.p.. Le dichiarazioni assunte dal curatore fallimentare e trasfuse nella relazione redatta ai sensi 33 L. fall., infatti, se rese da un indagato o da un imputato di reato connesso o collegato nel medesimo procedimento o in separato procedimento, devono essere valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità, ai sensi dell’art. 192, comma 3, c.p.p.. Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, mentre è inutilizzabile, quale prova a carico dell’imputato, la testimonianza indiretta del curatore fallimentare sulle dichiarazioni accusatorie resegli da un coimputato non comparso al dibattimento, e trasfuse dallo stesso curatore nella relazione redatta ai sensi dell’art. 33 L. fall., quando l’imputato o il suo difensore abbiano chiesto l’esame del predetto coimputato e questi vi si sia per libera scelta sottratto, sussistendo in tal caso la violazione dell’art. 526 c.p.p. (che prevede che la colpevolezza dell’imputato non possa essere provata sulla base delle dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre sottratto all’esame da parte dell’imputato o del suo difensore), nel caso in cui l’imputato o il suo difensore non abbiano chiesto l’esame del coimputato, la testimonianza indiretta del curatore fallimentare sulle dichiarazioni accusatorie resegli da un coimputato non comparso al dibattimento, e trasfuse dallo stesso curatore nella relazione redatta ai sensi dell’art. 33 L. fall., è utilizzabile quale prova a carico dell’imputato.

Cass., Sez. V Penale, 17 Ottobre 2018, n. 51735

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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