L’amministratore di diritto risponde in ragione del proprio comportamento omissivo

Il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale è ascrivibile all’amministratore di diritto non per la qualifica formale rivestita, bensì per il proprio comportamento omissivo volto a non impedire il compimento di episodi di bancarotta da parte dell’amministratore di fatto.

La Corte territoriale confermava la sentenza emessa dal giudice di primo grado che aveva riconosciuto la penale responsabilità dell’imputata quale amministratrice di fatto e di diritto della società fallita per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale.

Avverso la sentenza di condanna l’imputata proponeva ricorso per cassazione, pel tramite del proprio difensore di fiducia, affidato a due motivi di ricorso, con uno dei quali lamentava il travisamento dei fatti e la conseguente illogicità della motivazione, atteso che i giudici di merito non avevano considerato che il reale dominus della società era il figlio della ricorrente, come da lui stesso dichiarato in veste di testimone assistito e come risultante dalle dichiarazioni di un dipendente della fallita, e che l’imputata è stata amministratrice di diritto per soli sei mesi; invero, la ricorrente è stata mero strumento delle politiche gestorie del figlio, cui partecipava senza alcuna consapevolezza, posto che tutti i documenti e gli atti dell’amministrazione della società erano stati sempre redatti dal figlio e solo sottoscritti dalla ricorrente che era, di fatto, una mera “testa di legno”.

Il Supremo collegio riteneva di dover qualificare il ricorso come inammissibile ruolo e condannare la ricorrente alle spese processuali e al pagamento della somma di 2.000,00 euro in favore della Cassa delle Ammende in quanto il ruolo attivo nell’amministrazione della società da parte dell’imputata non appariva seriamente smentito dalle deduzioni relative alla gestione effettiva della società da parte del figlio.

La Corte Suprema ha più volte evidenziato come sussista la responsabilità dell’amministratore di diritto, a titolo di concorso nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, con l’amministratore di fatto, “non già ed esclusivamente in virtù della posizione formale rivestita all’interno della società, ma in ragione della condotta omissiva dallo stesso posta in essere, consistente nel non avere impedito, ex art. 40, comma secondo, c.p., l’evento che aveva l’obbligo giuridico di impedire e cioè nel mancato esercizio dei poteri di gestione della società e di controllo sull’operato dell’amministratore di fatto, connaturati alla carica rivestita.”.

L’art. 2392 del codice civile impone, infatti, all’amministratore precisi obblighi di vigilanza; a questo consegue che, per integrare il dolo dell’amministratore di diritto, è sufficiente la generica consapevolezza che l’amministratore di fatto ponga in essere condotte integranti il reato di bancarotta. Qualora poi si tratti di soggetto che accetti il ruolo di amministratore esclusivamente allo scopo di fare da prestanome, la sola consapevolezza che dalla propria condotta omissiva possano scaturire gli eventi tipici del reato (dolo generico) o l’accettazione del rischio che questi si verifichino (dolo eventuale) possono risultare sufficienti per l’affermazione della responsabilità penale.

Cass., Sez. V Penale, 20 Settembre 2018, n. 50509

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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