Bancarotta fraudolenta: la distrazione sussiste anche in caso di provenienza illecita del bene

È configurabile il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione quando il denaro oggetto della condotta è pervenuto alla società, poi dichiarata fallita, con sistemi illeciti, e conserva la sua tracciabilità, perché lo stesso, in quanto bene fungibile, si confonde con il patrimonio del fallito, ed è oggetto dello spossessamento previsto dall’art. 42 della I. fall.

La sentenza di primo grado ha ritenuto l’imputato colpevole di bancarotta fraudolenta per distrazione e la Corte d’Appello confermava sul punto la decisione del giudice di primo grado

Avverso detta sentenza proponeva ricorso l’imputato il quale articolava un unico motivo di doglianza con cui lamentava la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in relazione alla quantificazione della pena irrogata all’imputato. La Corte di appello aveva ritenuto che l’entità del danno patrimoniale dovesse essere stabilita tenendo anche conto delle somme restituite a terzi a seguito di false fatturazioni, ritenute condotte ingiustificate e idonee a integrare fatti distrattivi. Il presupposto di tale ragionamento poggia sulla considerazione che i terzi creditori possano soddisfarsi sulle somme entrate nel patrimonio dell’azienda fallita e assoggettate alle pretese dei creditori; ciò, a sua volta, presuppone che gli importi derivanti dalle sovrafatturazioni risultino dalle scritture contabili. La sentenza impugnata non aveva affrontato il problema e doveva peraltro escludersi che gli importi in questione fossero a disposizione dei creditori, posto che gli stessi erano transitati solo provvisoriamente sui conti della società e quanto veniva trattenuto era solo una minima percentuale dell’I.V.A.; di conseguenza tali entrate non potevano aver creato alcuna aspettativa in capo ai creditori.

Il ricorrente non intendeva discutere il principio affermato dal Supremo Collegio, secondo il quale “integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione la condotta consistita nella sovrafatturazione con restituzione all’utilizzatore di parte del prezzo pagato; infatti anche il temporaneo ingresso nel patrimonio della fallita di beni che in forza di un patto illecito vengano restituiti al dante causa determina un incremento del patrimonio che espande le garanzie dei creditori, con la conseguenza che la restituzione costituisce atto ingiustificato idoneo ad integrare la condotta di distrazione”. Non può, invece, sussistere distrazione laddove alla fatturazione per operazioni inesistenti non segua l’effettivo pagamento da parte dell’utilizzatore delle fatture con la successiva restituzione delle somme ricevute.

Tale orientamento rientra nel consolidato indirizzo della Corte di Cassazione secondo cui “è configurabile il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione quando il denaro oggetto della condotta è pervenuto alla società, poi dichiarata fallita, con sistemi illeciti, e conserva la sua tracciabilità, perché lo stesso, in quanto bene fungibile, si confonde con il patrimonio del fallito ed è oggetto dello spossessamento previsto dall’art. 42 della legge fallimentare, e, in relazione a tale res, l’originario titolare può vantare esclusivamente un diritto di credito azionabile a norma degli artt. 93 e ss. della legge fallimentare”.

La distrazione è determinata dal solo fatto che le somme versate dai terzi siano state effettivamente incassate dalla società fallita e poi indebitamente restituite in forza del patto illecito.

Appare immune da censure la decisione della Corte territoriale sul punto con conseguente rigetto del ricorso.

Cass., Sez. V Penale, 6 Luglio 2018, n. 33880 

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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