Autoriciclaggio: il reimpiego può anche avvenire in un’attività illecita

Il delitto di autoriciclaggio si realizza anche qualora le attività economiche poste in essere dall’autore siano a loro volta illecite.

Il Giudice per le indagini preliminari territoriale nell’applicare misura interdittiva in danno dell’indagato in relazione al delitto di cui agli artt. 81 comma 2, 61 n. 9) e 640 comma 2 n. 2 c.p. negava, invece, l’applicazione della misura cautelare anche in relazione al delitto di autoriciclaggio ritenendo che l’attività di rivendita dei beni fraudolentemente ottenuti, attribuita all’indagato, non potesse essere ricondotta alla fattispecie contestata stante l’assenza dei requisiti del concreto effetto dissimulatorio e dell’apparato organizzativo destinato allo scopo, difettando anche il fine specifico dell’agente di occultare l’origine illecita dei proventi da delitto.

Il Tribunale del riesame competente, adìto con ricorso dal Pubblico Ministero, riconosceva che la monetizzazione dei beni de quibus integrava una condotta di impiego del bene provento da delitto idonea a dissimularne la provenienza illecita, ma rilevava come non fosse dimostrato l’ulteriore requisito della condotta costituito dall’impiego del bene provento da reato in un’attività economica lecita, indicato come richiesto dalla norma incriminatrice sul presupposto che la norma predetta abbia imposto un “divieto di circolazione nel circuito economico legale di mezzi di provenienza illecita in forme che ne ostacolino la tracciabilità della fonte”, finalizzato ad evitare la reimmissione di proventi illeciti nel circuito dell’economia legale e, conseguentemente, rigettava l’appello proposto.

Il Procuratore della Repubblica proponeva ricorso al Supremo Collegio deducendo la violazione di legge con riferimento all’interpretazione dell’art. 648 ter 1 c.p. fornita dal Tribunale del riesame laddove ne ha escluso l’applicabilità qualora le attività economiche poste in essere dall’autore siano a loro volta illecite

La Corte di Cassazione riteneva di dover accogliere il ricorso perché fondato sul presupposto che “la norma sull’autoriciclaggio punisce quelle attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesse dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano la caratteristica specifica di essere idonee ad “ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa”. Il legislatore richiede, pertanto, che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria, sia cioè idonea a fare ritenere che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto effettuare un impiego di qualsiasi tipo ma sempre finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto, ipotesi questa non ravvisabile, invece, quando l’autore del delitto si limiti a goderne il profitto”. Questo perché la norma sull’autoriciclaggio nasce dalla necessità di evitare le operazioni di sostituzione ad opera dell’autore del delitto presupposto; tuttavia il legislatore ha limitato la rilevanza penale delle condotte ai soli casi di sostituzione che avvengano attraverso la re-immissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita finalizzate appunto ad ottenere un concreto effetto dissimulatorio, che costituisce quel quid pluris che differenzia la semplice condotta di godimento personale, non punibile, da quella di nascondimento del profitto illecito, proprio per questo, punibile.

Non veniva, pertanto, accolto l’assunto difensivo secondo cui la vendita del bene conseguito con la truffa presupposta sarebbe “l’unico modo per acquisire il profitto necessario” ad integrare il reato, né quello di cui al provvedimento impugnato, secondo cui limitare l’ambito di applicazione della norma incriminatrice all’impiego del provento di reato in attività economica lecita sarebbe necessario al fine di evitare che il reato costituisca una duplicazione sanzionatoria: nella prospettazione accusatoria disattesa dal tribunale del riesame, infatti, il profitto del reato di truffa viene acquisito dall’autore del reato già con l’apprensione del bene, sicché la reimmissione nel mercato dei beni fraudolentemente ottenuti integra necessariamente un quid pluris rispetto al reato presupposto, già consumato, e la dissimulazione della provenienza dei beni costituisce l’ulteriore disvalore – rispetto al reato presupposto – della condotta di reimmissione nel mercato degli stessi.

In tema impiego di denaro, beni ed altre utilità di provenienza illecita, di cui all’art. 648-ter c.p., “la nozione di attività economica o finanziaria è desumibile dagli artt. 2082, 2135 e 2195 del codice civile e fa riferimento non solo all’attività produttiva in senso stretto, ossia a quella diretta a creare nuovi beni o servizi, ma anche a quella di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, nonché ad ogni altra attività che possa rientrare in una di quelle elencate nelle menzionate norme del codice civile e questi sono i parametri da utilizzare anche per valutare la configurabilità del delitto di cui all’art. 648 ter 1 c.p. che, infatti, fa anch’esso riferimento alle medesime nozioni di attività economica o finanziaria”.

Alla luce di siffatte considerazioni la Corte provvedeva ad annullare l’ordinanza impugnata e rinviare per nuovo esame, con integrale trasmissione degli atti, al Tribunale territoriale, sezione per il riesame delle misure coercitive.

Cass., Sez. II Penale, 5 Luglio 2018, n. 38422

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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