Attivo patrimoniale: dimmi com’è e ti dirò se fallirai

La consistenza dell’attivo patrimoniale, ex art. 1, comma 2, lett. a), L.F., nel testo modificato dal D.Lgs. n. 169 del 2007, ai fini dei requisiti di fallibilità, deve desumersi dall’art. 2424 c.c. e ricomprende: le immobilizzazioni, l’attivo circolante, le attività finanziarie non costituenti immobilizzazioni, i ratei e i risconti, come risultanti dai bilanci degli ultimi tre esercizi anteriori alla proposizione della domanda di fallimento.

Il D.Lgs. n. 169/2007 ha, infatti, modificato il parametro dimensionale dato dall’ammontare degli investimenti e lo ha sostituito con quello, legislativamente definito, dell’attivo patrimoniale, adottando, così, in luogo di un criterio di incerta definizione, altro criterio di giudizio, maggiormente certo, il quale consente di far riferimento alla precisa elencazione contenuta nell’art. 2424 c.c. (Cass. 19/10/2010, n. 22150).

Il concetto di attivo patrimoniale deve, dunque, desumersi dall’art. 2424 c.c. e ricomprende, pertanto, le immobilizzazioni, l’attivo circolante, le attività finanziarie non costituenti immobilizzazioni, i ratei e i risconti.

È necessario, quindi, verificare se l’attivo patrimoniale, integrato dalle richiamate voci – tra cui sono ricompresi, quali immobilizzazioni materiali, terreni e fabbricati – e documentato dai bilanci degli ultimi tre esercizi anteriori alla proposizione della domanda di fallimento, abbia ecceduto la soglia di legge; infatti, per l’esonero della fallibilità dell’imprenditore commerciale – ai fini del computo del triennio cui fa riferimento l’art. 1, comma 2, lett. a), L.F. – per la determinazione dell’attivo patrimoniale occorre aver riguardo agli ultimi tre esercizi antecedenti alla data del deposito dell’istanza di fallimento (Cass. 14/01/2016, n. 501; Cass. 27/05/2015, n. 10952).

Infine, si evidenzia che, proprio la necessità di individuare le entità patrimoniali dell’attivo attraverso i criteri dettati dall’art. 2424 c.c., spiega come sia del tutto irrilevante il momento dell’acquisto di un cespite immobiliare da parte della società; quel che conta è, piuttosto, l’esistenza, nel patrimonio della società stessa, al momento della registrazione delle singole poste di bilancio, di un bene materiale suscettibile di utilizzo durevole (da qualificarsi, cioè, come immobilizzazione).

Cass., Sez. VI Civ., 05 Settembre 2018, n. 21647

Silvia Alessandra Pagani – s.pagani@lascalaw.com

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