Necessità della forma scritta: la decisione della Corte

In una recente pronuncia la Suprema Corte di Cassazione ha delineato i profili diversi tra ordini di investimento, forma scritta e ordine di verificazione (ex art. 216 c.p.c.).

Nel caso di specie il ricorrente deduce l’erroneità della decisione del Collegio di secondo grado con riguardo alla interpretazione della necessità di forma scritta dei singoli ordini di investimento in prodotti e strumenti finanziari (tra cui polizze unit linked), a suo giudizio regolati anch’essi dall’obbligo di forma scritta sancito dall’art. 23 del Testo Unico della Finanza (TUF), considerando il disconoscimento effettuato.

In primo luogo, osserva il Supremo Collegio che l’art. 23 del TUF impone la forma scritta ai soli contratti relativi alla prestazione dei servizi di investimento, escludendosi dalla portata applicativa della norma i singoli ordini di investimento impartiti dal cliente all’intermediario. In secondo luogo, gli ordini esecutivi attuati nel contesto contrattuale scritto possono ritenersi validi anche in assenza di forma scritta.

Precisa la Corte che, anche qualora nel contratto quadro sia richiamata “ai sensi dell’art. 1352 c.c. la possibilità di dare all’intermediario ordini orali, secondo quanto prevede il regolamento Consob n. 11522/98, imponendo alla banca intermediaria di registrare su nastro magnetico, o altro supporto equivalente, gli ordini inerenti alle negoziazioni in valori mobiliari impartiti telefonicamente dal cliente – la documentazione attraverso la registrazione dell’ordine costituisce un requisito di forma «ad probationem» degli ordini suddetti, ma semplicemente uno strumento atto a facilitare la prova, altrimenti più difficile, dell’avvenuta richiesta di negoziazione dei valori, con il conseguente esonero da ogni responsabilità quanto all’operazione da compiere (Cass., 08/02/2018, n. 3087)”.

Per questo, la Corte conclude che “non vertendosi – con riferimento ai singoli ordini di investimento ed alle polizze «unit linked» – in una ipotesi nella quale sia richiesta, per legge o per volontà delle parti, la forma scritta «ad probationem» ovvero «ad substantiam», non sussiste alcun onere, per colui che intenda giovarsi dei documenti disconosciuti, di proporre l’istanza di verificazione ex art. 216 cod. proc. civ., ben potendosi avvalere della prova testimoniale e di quella per presunzioni per dimostrare l’esistenza, il contenuto e la sottoscrizione del documento medesimo (cfr. Cass., 16/10/2017, n. 24306)”.

Parrebbe un obiter dictum quello che non impone la necessità della forma scritta anche della richiesta di sottoscrizione del contratto assicurativo di tipo finanziario, nell’ambito della prestazione di servizi di investimento, ma la sua portata applicativa deve necessariamente leggersi anche con la portata applicativa dell’art. 1888, comma primo c.c., secondo cui “il contratto di assicurazione deve essere provato per iscritto” e che dunque esclude la forma scritta ad substantiam.

Cass., Sez. I Civ., 21 novembre 2018, ordinanza n. 30104

Gabriele Stefanucci – g.stefanucci@lascalaw.com

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