Ancora uno sbarramento in materia di ISC

Anche il Tribunale di Bergamo pone uno sbarramento all’ondata delle nuove contestazioni, tanto in voga oggi nel panorama del contenzioso bancario, confermando la natura meramente informativa dell’ISC (Indicatore Sintetico di Costo) ed escludendo così, quale conseguenza della sua eventuale mancanza, la nullità del contratto di mutuo.

Il menzionato Giudicante, infatti, ha ritenuto infondate le censure svolte dai mutuatari inerenti la “‘nullità del contratto di mutuo per indeterminatezza’ per asserita mancata indicazione del TAEG o dell’ISC” precisando, da un lato, che l’indicazione dell’ISC è divenuta obbligatoria solo a partire dalla  Cicr del 4.3.2003, entrata in vigore il 1.10.2003 (non potendo dunque applicarsi ai mutui stipulati anteriormente a tale data) e, dall’altro lato, che, in ogni caso, “secondo l’orientamento più condivisibile e conforme al tenore testuale della disciplina, deve escludersi che la mancanza dell’ISC o di altri dati aventi funzioni meramente informativa determinino ex se la nullità del contratto”.

Il Giudice bergamasco, dunque, si allinea all’orientamento ormai maggioritario in materia, secondo il quale l’ISC costituisce uno strumento di carattere informativo e non un requisito tassativo ed indefettibile del regolamento negoziale.

Si ritiene interessante richiamare alcuni degli articoli già commentati a riprova dell’atteggiamento sempre più critico dimostrato dai giudici di merito in materia di ISC.

Tribunale di Salerno, sentenza del 31.01.2017: Il Tribunale precisa, infatti, che se l’ISC fosse stato considerato un elemento indefettibile del contratto a pena di nullità, esso sarebbe stato richiamato dall’art. 3 sezione III delle già citate Istruzioni. Esso si trova invece nella sezione II, concernente la pubblicità e l’informazione precontrattuale: ciò significa che si tratta di uno strumento informativo, non di un requisito essenziale per la validità del contratto”.

Tribunale di Roma, ordinanza del 19 aprile 2017: “poiché l’ISC/TAEG non costituisce “…un tasso di interesse o una specifica condizione economica da applicare al contratto di finanziamento, ma svolge unicamente una funzione informativa finalizzata a mettere il cliente nella posizione di conoscere il costo totale effettivo del finanziamento prima di accedervi”, l’erronea indicazione dello stesso “…non comporta, di per sé, una maggiore onerosità del finanziamento, quanto piuttosto un’erronea rappresentazione del suo costo complessivo”.

Tribunale di Busto Arsizio, sentenza n. 1150, pubblicata il 20.07.2017:”Non è per nulla vero che il comma 6 dell’art. 117 T.U.B. preveda la nullità per la errata indicazione del tasso nell’ISC (…) la disposizione si riferisce agli interessi ultralegali (uso piazza) cioè a quelli non indicati nei contratti ma richiamati come uso senza quantificazione, caso qui non ricorrente, ed interessi a condizioni sfavorevoli rispetto a quelli pubblicizzati (…) per intenderci il termine della norma è “pubblicizzati” e non “indicati in contratto”; nel senso che se è stato pubblicizzato un contratto con un determinato interesse mentre la banca di fatto addebita un interesse superiore si applica la lettera b) dell’art. 117 comma 7″.

Tribunale di Milano, sentenza n. 8427/2017, pubblicata il 28.07.2017:“In ogni caso l’eventuale erroneità dell’ISC non potrebbe mai comportare la nullità della clausola relativa agli interessi, come richiesto da parte attrice. L’ISC, infatti, è stato introdotto dalla delibera CICR 43/2001 art. 9, ed ha un contenuto equivalente al TAEG, ma non la stessa disciplina. Esso non deriva da norma primaria ed stato regolato solo dalle disposizioni in materia di trasparenza bancaria dettate dalla Banca d’Italia, dapprima inserite nel Titolo X delle lstruzioni di Vigilanza e poi dal 29/7/2009 in un autonomo provvedimento, rubricato TRASPARENZA DELLE OPERAZIONI E DEI SERVIZI BANCARI E FINANZIARI. Si tratta quindi di un indice previsto solo dalla disciplina regolamentare e tecnica, ai fini di trasparenza, di modo che la non corretta indicazione dell’ISC non può comportare alcun tasso sostitutivo ma solo il risarcimento dell’eventuale danno dimostrato dal mutuatario per aver confidato in un ISC errato, circostanza nella specie nemmeno dedotta”.

Tribunale di Monza, sentenza n. 2403/2017, pubblicata il 17.08.2017:”la mancanza o l’erroneità dell’indicatore ISC ripercuote i suoi effetti unicamente sull’aspetto della completezza ed immediatezza informativa per il cliente, dato che l’ISC è l’unico valore che consente al cliente di essere perfettamente consapevole del costo complessivo del finanziamento, permettendogli anche un eventuale confronto con altre offerte presenti sul mercato. Tuttavia non si tratta di informazione la cui carenza è idonea ad incidere sulla validità dei tassi e costi pattuiti. In proposito, le istruzioni di vigilanza per le banche del 25 luglio 2003, vigenti ratione temporis, costituenti le disposizioni attuative della delibera C.I.C.R. (Titolo X, capitolo 1, Sezione II, paragrafo 8 – Indicatore sintetico di costo) emanate dalla Banca d’Italia, nella sezione II, paragrafo 9, ne hanno fornito la definizione stabilendo che: “il contratto e il documento di sintesi di cui al paragrafo 8 della presente sezione riportano un indicatore sintetico di costo (ISC), calcolato conformemente alla disciplina sul tasso annuo effettivo globale (TAEG) ai sensi dell’art. 122 T.U.B. e delle relative disposizioni di attuazione, quando hanno ad oggetto le seguenti categorie di operazioni indicate nell’allegato alla C.I.C.R. 4 marzo 2003: mutui; anticipazioni bancarie; altri finanziamenti”.

Tribunale di Bergamo, 8 settembre 2017, n. 2302 (leggi la sentenza)

Alessandra Sangrigoli – a.sangrigoli@lascalaw.com

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