Amministrazione straordinaria: il recesso non s’ha da fare

La Suprema Corte, con sentenza n. 1195 del 18 gennaio scorso, ha ribadito come, in caso di contratto continuativo tra due società di cui una delle due venga, in itinere, posta in amministrazione straordinaria, il contraente in bonis non può recedere dal contratto ma deve attendere la scelta del commissario straordinario.

L’art. 50 del D. Lgs. 270/1999, infatti, dispone che “Salvo quanto previsto dal comma 4, il commissario straordinario può sciogliersi dai contratti, anche ad esecuzione continua o periodica, ancora ineseguiti o non interamente eseguiti da entrambe le parti alla data di apertura dell’amministrazione straordinaria”, pertanto, fino a quando il commissario non abbia esercitato il proprio diritto di scelta tra subentrare o sciogliere il contratto, lo stesso continua ad avere esecuzione ed il contraente in bonis dovrà subire una condizione di attesa obbligata.

L’art. 1 bis della legge 166/2008 chiarisce, con interpretazione autentica, che il secondo comma del citato art. 50 non prevede affatto che la prosecuzione temporanea del contratto, in attesa della decisione del commissario, equivalga ad un subentro per facta concludentia di quest’ultimo nel rapporto controverso.

In pratica la Corte, confermando i precedenti orientamenti, ha respinto la nozione di “proroga ex lege” dei contratti in corso al momento dell’apertura dell’amministrazione straordinaria, precisando che la continuazione ope legis dei rapporti pendenti, prevista dal menzionato art. 50, prima della formale e definitiva scelta della gestione commissariale tra sub ingresso e scioglimento, non ha l’effetto di “congelare” il rapporto negoziale in una sorta di parentesi temporale priva di conseguenze giuridiche, bensì esclusivamente di lasciar fluire l’esecuzione del contratto, pur senza formale subentro della procedura, alle condizioni originarie, ivi compreso l’eventuale termine di scadenza.

Il contraente in bonis non può, quindi, sottrarsi dall’esecuzione temporanea del contratto. Infatti nel caso quest’ultimo eserciti disdetta ante diem, la stessa equivarrà ad un recesso ingiustificato, posto che i tali diversi termini vanno, in realtà, considerati alla stregua di sinonimi trattandosi di “eventi modificanti” che incidono, ponendovi fine, sulle vita del contratto.

L’unica legittima possibilità che rimane al contraente in bonis è, pertanto, quella di porre in mora il commissario ai sensi dell’art. 50, comma 3, D. Lgs. 270/1999 – una volta che il Ministero dello Sviluppo Economico ne abbia autorizzato il programma – obbligandolo a dare la propria risposta, ossia subentro o scioglimento, entro 30 giorni dal ricevimento dell’intimazione.

Cass., Sez. I Civ, 18 Gennaio 2018, n. 1195

Michela Crestani – m.crestani@lascalaw.com

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