Amministratori di associazione “diligenti”

La sentenza in esame ha affrontato il tema della responsabilità degli amministratori di una associazione, sancendo in particolare la natura contrattuale della responsabilità degli amministratori di una associazione non riconosciuta.

Il Tribunale di Roma ha preliminarmente evidenziato che, ai sensi dell’art. 18 c.c., gli amministratori di un’associazione sono responsabili verso la stessa secondo le norme del mandato.

Dunque, ai sensi dell’art. 1710 c.c., questi devono adempiere al proprio incarico secondo la diligenza del buon padre di famiglia anche se, trattandosi di obbligazioni inerenti l’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve essere valutata anche con riguardo alla natura dell’attività esercitata ex art. 1176, comma II, c.c..

Inoltre, tale diligenza va valutata in relazione alla volontà del mandante e perciò anche alla luce delle finalità previste dallo statuto dell’associazione, per il cui raggiungimento l’organo gestorio viene istituito.

In considerazione di tutto ciò, anche la responsabilità degli amministratori di una associazione non riconosciuta ha natura contrattuale, giacché discende dalla violazione di un obbligo negoziale assunto nei confronti dell’ente (l’inadempimento dei doveri imposti dalla legge o dallo statuto, assolti senza la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico o dalle competenze professionali).

La condotta degli amministratori va pertanto valutata alla luce dei principi generali che regolano l’inadempimento contrattuale e il risarcimento del danno (vedasi Trib. Milano, 29 marzo 2017, n. 3598).

Infine, per quanto riguarda la ripartizione dell’onere probatorio, grava sul creditore l’onere di dimostrare la sussistenza, sotto il profilo ontologico, delle violazioni degli obblighi contrattuali, il nesso di causalità e il danno, restando invece a carico del convenuto la prova dell’insussistenza dell’elemento soggettivo della colpa.

Secondo la giurisprudenza di legittimità, infatti, in tema di responsabilità contrattuale ai fini del risarcimento dei danni patrimoniali conseguenti all’inadempimento del contratto non è sufficiente la prova dell’inadempimento del debitore, ma deve altresì essere provato il pregiudizio effettivo e reale incidente sulla sfera del danneggiato, in termini sia di danno emergente sia di lucro cessante, e la sua entità (vedasi in tal senso Cass., 3 dicembre 2015, n. 24632; Cass., 10 ottobre 2007, n. 21140; Cass., 18 marzo 2005, n. 5960).

Tribunale di Roma, 22 gennaio 2018, sentenza n. 1456

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

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