Alla holding occulta non si applica il termine annuale previsto dall’art. 10 L.F.

Il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento decorrente dalla cessazione dell’attività, come previsto dall’art. 10 l.f., non può trovare applicazione per quegli imprenditori che non sono iscritti nel registro delle imprese.

La sentenza in esame risulta particolarmente interessante per alcuni principi in essa ribaditi in tema di decorrenza di termine annuale per la dichiarazione di fallimento ex art. 10 l.f. in relazione al fallimento della holding occulta (società di fatto) che esercita attività di direzione e controllo.

Il caso riguarda un procedimento di opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento nel quale i reclamanti, tra i vari motivi, lamentavano la prescrizione del diritto del ricorrente ad agire in quanto da un lato, sarebbe spirato il termine per far valere la responsabilità ex art. 2497 c.c. per i danni arrecati ai creditori della società eterodiretta, e dall’altro lato, l’attività di direzione e controllo abusiva delle pretesa società di fatto sarebbe cessata ben oltre il termine di cui all’art.10 l.f..

La Corte d’Appello, affrontando la questione relativa al preteso decorso del termine annuale di cui all’art. 10 l.f. e richiamando la giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass. 6 marzo 2017, n. 5520) ha osservato che “il termine di un anno dalla cessazione dell’attività, previsto dall’art. 10 l.fall. ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese e non può trovare, quindi, applicazione per quegli imprenditori che neppure siano stati iscritti nel menzionato registro, in quanto, da un lato, si tratta di beneficio riservato soltanto a coloro che abbiano assolto all’adempimento formale dell’iscrizione, e, dall’altro, i creditori ed il Pubblico Ministero, ai sensi dell’art. 10, comma 2, l.fall., possono dare la prova della data di effettiva cessazione dell’attività d’impresa soltanto nei confronti di soggetti cancellati dal registro delle imprese, d’ufficio o su richiesta, e, quindi, comunque in precedenza necessariamente iscritti”.

Di conseguenza, ha sostenuto che la reclamante, quale holding (società di fatto) occulta, non poteva invocare a suo favore l’art. 10 l.f..

La Corte, poi, ha rilevato che anche a voler accedere ad una diversa interpretazione, nel caso in esame i reclamanti non avevano provato la cessazione dell’attività di eterodirezione posta in essere dalla società di fatto.

Infatti, la cessazione dell’attività di impresa, ai fini della decorrenza del termine annuale di cui all’art. 10 l.f. presuppone che nel detto periodo non siano poste in essere operazioni intrinsecamente identiche a quelle poste in essere nell’esercizio dell’impresa. Circostanza che, nel caso in esame, non è stata ritenuta adeguatamente dimostrata.

I Giudici dell’appello, poi, conformandosi al pensiero della giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., 25 luglio 2016) hanno specificato che la società di fatto esiste come impresa commerciale per il solo fatto di essere stata costituita tra i soci per l’effettivo esercizio dell’attività di direzione e coordinamento di altre società ed è, pertanto, autonomamente fallibile, a prescindere dalla sua esteriorizzazione mediante la spendita del nome, ove sia insolvente per i debiti assunti, ivi comprese le obbligazioni risarcitorie derivanti dall’abuso sanzionato dall’art. 2497 c.c., nonché al danno così arrecato all’integrità patrimoniale delle società eterodirette e, di riflesso, ai loro creditori.

Pertanto, la Corte di Appello di Venezia ha confermato la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Padova che aveva dichiarato il fallimento della società di fatto e dei soci illimitatamente responsabili.

Corte di Appello di Venezia, 19 dicembre 2017, n. 2913

Luca Scaccaglia – l.scaccaglia@lascalaw.com

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