Al fallimento gli utili del fallito

La Corte di Cassazione, in una recente sentenza, è tornata ad esprimersi sul caso dell’imprenditore fallito che intraprende una nuova attività di impresa dopo la data di apertura della procedura concorsuale.

Nella fattispecie questi aveva utilizzato per i pagamenti, un conto corrente precedentemente aperto dalla prima società poi dichiarata fallita. Il Commissario Liquidatore richiedeva quindi, in forza degli articoli 42, comma 2, e 78 della Legge Fallimentare, la restituzione alla procedura del saldo attivo sul conto, e di tutte le diverse somme movimentate su tale conto corrente dopo il fallimento dell’impresa.

Le due norme, infatti, prevedono lo scioglimento automatico dei conti correnti dopo l’intervento del fallimento, nonché la titolarità del fallimento su tutti beni percepiti dal fallito durante la procedura, epurati dalle passività inerenti l’acquisto e la conservazione di detti beni.

La Suprema Corte ha ritenuto che l’applicazione dell’articolo 42, comma 2 l.f. sia da escludersi solo qualora i proventi derivino effettivamente dall’esercizio di una nuova attività di impresa, e che le passività dedotte siano effettivamente inerenti a costi di acquisto.

In caso contrario, ovvero se l’attività non sia esercitata ex novo, ma costituisca una semplice prosecuzione dell’attività dell’impresa fallita, troverà applicazione la previsione di cui all’articolo 44 L.f., con l’effetto che tutti i pagamenti effettuati o percepiti dall’imprenditore fallito saranno da considerarsi inefficaci.

In sintesi, qualora il fallito eserciti una nuova attività dopo la sentenza dichiarativa di fallimento, i relativi atti non saranno colpiti dalla sanzione di inefficacia prevista dall’articolo 44. Invero saranno apprese dal fallimento tutte le somme da essi derivanti, al netto delle spese sostenute per la loro produzione e conservazione.

Cass., Sez. I Civ., 11 Maggio 2018, n. 11541

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

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